luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

giovedì 28 aprile 2011

Inquietanti coincidenze.


Riprendo il post precedente della mia amica Calliope per parlare del 1° Maggio perché, rileggendo le origini di questa festa, mi è saltata agli occhi una coincidenza.
Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1° maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.
Un esempio significativo dell’importanza di tale data viene espresso in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890: “Lavoratori, ricordatevi il 1° maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora”.
In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa.
Anche negli altri paesi il 1° maggio ha un'ottima riuscita:
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti".
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo.
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".
Inizia così la tradizione del 1° maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.

Ed ecco la coincidenza.

Nei primi anni del Novecento il 1° maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale. Nel giro di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1° maggio.

Non trovate qualche analogia?

E’ passato più di un secolo e noi ci ritroviamo a dover difendere con le unghie e con i denti il diritto di votare un referendum che vogliono delegittimare, l’Italia ha appena deciso servilmente di bombardare la Libia (decisione presa, tra l’altro, proprio il giorno della festa della Liberazione), i lavoratori sono sotto ricatto continuo e, come se non bastasse, abbiamo un governo che con la democrazia non ha più niente a che fare e che “CONSIGLIA” di lavorare il 1° Maggio.

Io sono convinta che mai come ora, nella situazione in cui siamo, sia il momento di ridare a questa festa il vero significato e le tradizionali forme di celebrazione.  Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, gli hanno tolto l’importanza originaria …è necessario ridargliela per recuperarne la valenza politica.
E soprattutto stiamo attenti perché…….a volte ritornano….

Fonte: CGIL di Roma e del Lazio - Archivio storico "Manuela Mezzelani"

mercoledì 27 aprile 2011

ora et labora

"Un atto necessario a favore del lavoro" è il commento dell'assessore milanese Terzi a postilla della deroga da lui firmata che permetterà ai negozi meneghini, fra giuste polemiche e minacce di scioperi, di rimanere aperti il primo maggio.
Una posizione che riecheggia sinistramente il "meglio andare a lavorare" di Calderoli in seguito alla decisione di festeggiare i 150 anni di unità d'Italia offrendo una giornata di ferie ai lavoratori (quelli che lavorano, aggiunse amaramente la Camusso).
Questo lavoro amato/odiato, vituperato, sfruttato, anelato oggi come non mai, ispiratore della regola di San Benedetto, sancito dai padri costituenti come un diritto fondamentale, diventa un'arma. La nostra società contraddittoria, ma dall'opulenta apparenza, senza lavoro non sa ripensarsi e non sa santificare né godersi il riposo e dunque per chi può permetterselo, per chi cioè un lavoro ce l'ha, lavoro sia. Dimenticando il valore della pausa e di chi umanamente ne rivendica la necessità.
All'ombra dei maxi schermi che in piazza Duomo proietteranno la beatificazione di papa Wojtyla, fedeli e non potranno dunque distrarsi facendo shopping tra un rosario e l'altro, fra una vasca e l'altra del Corso. E poi chi alla messa, chi a chiudere le saracinesche, qualcuno rifletterà sul senso della pausa che il primo maggio incarna. O incarnava?

Dietro le quinte.


Oggi vi propongo un personaggio, un tal Luigi Bisignani. Non so quanti di voi ne hanno sentito parlare, ma per me era uno sconosciuto fino a quando Emiliano Fittipaldi ha pubblicato sull’Espresso questo articolo a lui dedicato.
Difficile trovare il suo nome nelle carte giudiziarie delle tante inchieste in corso sugli scandali di questa fantastica Italia. Spulciando meticolosamente si può risalire a una sua condanna negli anni Novanta a due anni e otto mesi per aver portato decine di miliardi di lire della maxitangente Enimont nella banca vaticana dello Ior, da allora  il silenzio.
Quattordici anni dopo Mani pulite, un altro magistrato si occupa di lui: Luigi De Magistris, alle prese con l’inchiesta Why not. Sta indagando su un comitato d’affari attivo in Calabria, ma con la testa a Roma. È convinto che sia organizzato come un’associazione segreta, una nuova P2, tanto che contesta ai suoi indagati proprio il reato previsto dalla legge Anselmi. È convinto che Bisignani di questa nuova P2 sia uno dei punti di riferimento. “Ho avuto l’impressione che fosse stato avvertito: lui era volato improvvisamente a Londra”, dice oggi De Magistris. “Due mesi dopo mi sottraggono l’indagine”. Di Why not restano oggi soltanto i rapporti accertati degli indagati..
Oggi, nuova indagine, di nuovo al centro di un’inchiesta della procura di Napoli denominata “P4”, ma di Luigi Bisignani giornali e tv non ne parlano. Eppure Luigi Bisignani è un punto di convergenza a livelli molto alti. Di lui Berlusconi dice: “ E’ più potente di me”, però è impossibile vederlo a un evento mondano, non risponde al cellulare e per non farsi notare a Roma evita anche l'auto blu: gira in taxi. Ma è un taxi tutto per lui, tutto il giorno, tutto l'anno, trasformato in una specie di ufficio mobile, con palmari, computer e attrezzature tecnologiche sparpagliate sui sedili. Indossa sempre un vestito blu (sartoria napoletana) una camicia bianca e una cravatta blu.
Ufficialmente amministra una stamperia, la Ilte, ma è considerato da tutti, nei palazzi del potere, il capo indiscusso di un network che condiziona la vita del Paese.
Lo chiamano ministri, onorevoli e boiardi che fanno la fila nel suo ufficio alla Ilte ma che lui riceve preferibilmente a casa della madre (lui vive in affitto), per omaggiare, chiedere favori, consigli e discutere di nomine pubbliche e affari.
"Che lavoro fa davvero Gigi? Diciamo che è un maestro nel mettere insieme persone e interessi convergenti", spiega chi lo conosce dai tempi della P2. "Un uomo curioso e geniale con un portafoglio relazionale pazzesco. Decine di potenti gli devono la carriera. La rete su cui si fonda il sistema romano di Berlusconi l'ha creata lui, ed è lui a saper muovere più di tutti le leve".
E non ama apparire. A differenza di tanti altri animali del circo berlusconiano, ritiene che l’esibizione sia, oltre che di cattivo gusto, anche nemica del potere vero. Così, lui che ha tanti amici fedeli nei giornali e nelle società di pubbliche relazioni (quelle che contano), non li attiva mai per una citazione, per una notizia su di sé. Anzi, è difficile trovare negli archivi perfino qualche sua fotografia da pubblicare. È ben altro quello che chiede, quello che ottiene. 
Quindi Bisignani è, di sicuro, uomo dalle molteplici relazioni, incrocia mondo imprenditoriale e mondo dell’informazione, controlla persone, collega ambienti. Ed è ascoltatissimo da Gianni Letta, tanto da essere oggi certamente più influente di un sottosegretario.
Ecco, dopo aver letto tutte queste cose e sapendo benissimo che, comunque, esistono altri personaggi come questo, la mia visione è questa:
al piano inferiore del caos italiano si muovono bande, cricche e logge, poi subito derubricate, raccontate come l’agitarsi di “tre pirla”, “quattro sfigati”, improbabili “amici di nonna Abelarda”.
Ma è al piano superiore, al riparo da rischi e incursioni giudiziarie, almeno per ora, che stanno i veri registi e gli utilizzatori finali. Sono questi personaggi che manovrano i fili del teatrino della politica, sono loro i veri mandanti di tutte quelle nefandezze che noi combattiamo con tanto vigore……
…..e io mi sento tanto Don Chisciotte….

martedì 26 aprile 2011

Parole...parole...parole....


L’importanza dell’informazione nella nostra società è enorme, così come spaventoso è il potere concentrato nelle mani dei grandi media che gestiscono le informazioni. L’idea che ci facciamo di ciò che accade al di fuori delle nostre case, delle nostre amicizie e dei nostri contatti quotidiani, deriva dal modo in cui i media ce lo propongono. Sono i giornali e le televisioni ad offrirci i parametri attraverso i quali leggere il mondo che ci circonda, individuare i buoni e i cattivi, separare i progetti utili da quelli sbagliati, considerare la validità delle scelte di ordine economico, ambientale, etico, scientifico, formarci un’opinione su tutto ciò che accade. Sono i giornali e le televisioni a fornirci le coordinate che ci permetteranno di entusiasmarci, preoccuparci, indignarci, emozionarci, solidarizzare, condividere, contestare, disapprovare, manifestare qualsivoglia genere di emozione relativa alla realtà che ci viene rappresentata. Sono i giornali e le televisioni a plasmare e costruire la notizia, a deciderne l’importanza e la visibilità. Questa è la ragione per cui il controllo dell’informazione è indispensabile al potere, attraverso i media è infatti possibile gestire l’opinione pubblica, costruire consenso e distruggere eventuali avversari.
Poi ci sono le necessarie evoluzioni adatte allo scopo. Una di queste è il cambiamento del linguaggio. Le parole cambiano la loro funzione: non servono più a rispecchiare il contenuto, non rappresentano più un concetto, servono semplicemente a soggiogare emotivamente l’interlocutore al fine di orientare l’opinione pubblica in maniera funzionale ad interessi superiori.
Qualche esempio:
“strategicità di un’opera”
“necessità di sviluppo”
“funzionale agli obiettivi di crescita”
“indispensabile alla ripresa economica”
“democratizzazione di un popolo”
“recupero di competitività”
“maggiore flessibilità”
“mercato globale”
“grandi infrastrutture d’importanza internazionale”.
Frasi fatte, luoghi comuni, esternazioni ad effetto prive di un reale significato che hanno un unico obiettivo: impressionare! Ma io scommetto che chi si riempie la bocca di questi paroloni difficilmente sarà in grado di spiegarci perché quella determinata opera è strategica o le motivazioni della necessità di sviluppo, oppure le ragioni per le quali una decisione è utile agli obiettivi di crescita o indispensabile alla ripresa economica. Nessuno sarà in grado di spiegarci come sia possibile esportare la democrazia, cosa significhi realmente recuperare competitività, quale sia l’importanza internazionale di un’infrastruttura o perché sia indispensabile avere maggiore flessibilità e quali siano i parametri di un mercato globale.
Nonostante ciò l’effetto è assicurato perché noi avremo valutato l’importanza del concetto, accettandolo come necessario ed indispensabile, solo perché chi parla sembra “competente” per il semplice fatto che noi non siamo "all'altezza di capirlo".
Altre parole ormai assiduamente usate sono quei sinonimi di modernità che, di per sé, non hanno nessuna valenza specifica:
veloce, grande, globale, sostenibile, internazionale, imprescindibile, strategico, europeo, progresso, futuro, sviluppo, nuovo, crescita, competitività, prioritario.
E ancora “sviluppo sostenibile”, “ecologia industriale”, “crescita verde”, “produzione pulita”, “economia solidale”, “guerra pulita”, “globalizzazione dal volto umano”.
Sono tutti termini, e spesso contraddizioni in termini,  ripetuti in maniera martellante e ossessiva che servono soltanto a dare ai concetti più svariati una patina di buono, bello e moderno e che rivelano il tentativo di attribuire una funzione ecologica o sociale ad elementi che per la loro stessa natura non potrebbero mai vantarla, perché propongono come rimedio la causa stessa della malattia.
Per concludere….di fronte a certe ostentazioni pseudo-cultural-tecniche mi sento molto consumatore, tubo digerente, ingranaggio di macchina produttiva che deve essere ben oliato per continuare a produrre e a svolgere il compito che gli è stato assegnato: “usi obbedir tacendo e tacendo morir” di antica data (non me ne voglia la Benemerita)!!....e non è che mi senta molto bene….

venerdì 22 aprile 2011

Il Giorno della Terra

Oggi è il Giorno della Terra. La campagna sensibilizza su tanti argomenti, tra cui:
1. il riciclo dei materiali;
2. la conservazione di petrolio e di gas fossili;
3. il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi;
4. il divieto di distruggere degli habitat boschivi e la protezione delle specie rare.

Alcune riflessioni su questi punti:
1. Sono favorevole a diminuire i rifiuti: la pratica del riciclo mi sembra una buona soluzione. Tante volte però mi capita di acquistare prodotti con incarti che non si capisce dove buttare: si analizzano, ci si domanda: «è un poliaccoppiato?». Apprezzo molto la pratica della COOP che su alcuni prodotti ci sono scritte del tipo: «Incarto: carta, buttare nella carta; interno: alluminio, buttare nel multimateriale». Questo genere di incarti credo che possa aiutare le persone a fare la raccolta differenziata in ogni momento della giornata, senza dover analizzare il materiale al microscopio per capire dove vada buttato.
Personalmente sono dell'idea che la raccolta differenziata dovrebbe avere uno schema chiaro e univoco: tante volte le istruzioni comunali indicano che la plastica di un materiale (es. imballaggi) è riciclabile, la plastica di un altro (es. grucce appendiabiti) no. Quasi sempre si trovano i simboli del materiale con il numero contornato dalle 3 frecce a forma di triangolo. Non si potrebbe fare uno schema da appendere all'anta della propria cucina del tipo: pattumiera plastica n° dall'1 al 7 e dal 10 al 13; pattumiera vetro n° 69, 71 ecc...?

2. Diminuire la dipendenza del petrolio a favore delle energie sostenibili può essere una buona idea. Purtroppo ho sempre il sospetto che questa scelta sia seguita per interessi economici più che di salvaguardia dell'ecosistema: ormai noi siamo schiavi del petrolio; siamo costretti ad accettare qualsiasi prezzo ci propongano/impongano gli altri Paesi.
Pensiamo che il petrolio non si usa soltanto per il gasolio delle automobili, ma anche per la plastica! Il computer da dove sto scrivendo è fatto di plastica - o comunque di materiale derivante dal petrolio -, la stampante, lo stereo, il cellulare, il paraurti dell'automobile, i pneumatici, gli occhiali che indosso, la suola delle scarpe, l'accendigas per il fornello, i manici delle pentole, ecc... Si potrebbe fare un elenco spaventosamente lungo!
Favoriamo pure le energie rinnovabili, ma stiamo attenti a non esagerare nell'altro senso: il petrolio, ma soprattutto i gas come il metano, non è detto che inquinino così tanto di più, la questione non mi sembra ancora ben chiara. Un pannello fotovoltaico ad alto rendimento produce in tutta la sua vita 4 volte l'energia che ci è voluta per produrlo. È un bell'investimento di energia.
Semplicemente i pannelli fotovoltaici ora li compriamo dalla Cina, mentre il petrolio dai Paesi arabi e la situazione a noi più favorevole in questo momento è comprare i pannelli dalla Cina. Poi, quando la Cina ci farà pagare cari i pannelli al silicio, ci si inventerà qualche cos'altro. Personalmente penso che si debba trovare un equilibrio: non si può pensare di essere energeticamente indipendenti. L'aiuto degli altri Paesi è necessario e fondamentale, ma dev'essere un aiuto reciproco e non uno sfruttamento di un Paese sull'altro. L'indipendenza dell'Italia l'ha già provata ad ottenere Mussolini, ma non mi sembra che ci siano stati dei buoni risultati...

3. D'accordissimo sul divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi; e questo credo che debba essere un divieto assoluto. Il lumachicida che usano tante persone che hanno l'orticello è un prodotto chimico pericoloso, soprattutto se è usato a sproposito e senza attenzione. La maggior parte dei piccoli orti non sono coltivati da agronomi, ed è come permettere di comprare qualsiasi medicinale senza bisogno di nessuna ricetta. Non riesco a dormire, vado in farmacia direttamente, mi prendo un flaconcino di sonnifero e poi sì che dormo. Nelle farmacie fortunatamente c'è un minimo di controllo in questo senso, negli orti famigliari no: ho l'insalata mangiata dalle lumache (poi saranno veramente lumache? o nottue? o nematodi?) allora vado a comprare il lumachicida e ce ne metto una busta per metro quadrato...
Senza il consenso di uno specialista non si dovrebbero poter acquistare prodotti pericolosi per la salute delle piante, del terreno e degli animali! Mi è capitato di andare al consorzio agrario a chiedere prodotti per l'agricoltura biologica e sentirmi guardato come un extra-terrestre. C'è il lumachicida super-efficace, perché non utilizzi quello?
Se la verdura dell'orto dev'essere tossica tanto quanto - o anche di più - di quella comprata al supermercato non vedo più il senso dell'orticello di casa...

4. D'accordo sulla difesa delle aree boschive e della protezione delle specie rare. Ma anche qui ci vuole un po' di spirito critico e di attenzione: se una legge vieta di tagliare gli alberi nei boschi od obbliga a seguire delle pratiche burocratiche infinite si proteggono sì le aree boschive, ma le specie rare dei piccoli fiori e insetti no. Faccio un esempio preso dalla mia esperienza personale.
Immaginiamo che all'inizio del '900 ci fosse un prato usato per pascolare il bestiame, con due piccole stalle. Il bosco era tenuto a una certa distanza dalle stalle, per la sicurezza, per avere la legna da ardere durante la stagione invernale e per mantenere il prato per il bestiame.
Negli anni del boom economico, i figli del pastore hanno deciso di intraprendere un altro tipo di carriera, lui è diventato un professore, si è trasferito e la casa nel frattempo è stata abbandonata fino agli inizi del 2000.
In questi anni il bosco ha invaso il prato e gli alberi hanno coperto le stalle.
Due giovani cercano casa e decidono, anziché costruire nuovi edifici occupando altro spazio verde, di ristrutturare due ruderi abbandonati già esistenti. Comprano la stalla abbandonata dal professore con il terreno accanto.
Si trovano le seguenti spese aggiuntive rispetto all'acquisto di una casa nuova:
- dal notaio non avranno diritto all'acquisto della prima casa, perché al momento non è abitabile ma è un rudere (e dov'è allora l'incentivo al recupero edilizio, al risparmio energetico, ecc...?).
- il terreno è un bene di lusso, spenderanno qualche migliaio di euro in più di tasse per i due ettari di prato (che nel frattempo sono diventati boschivi).
Questo terreno infatti, nonostante al catasto sia rimasto accatastato come prato, è - a tutti gli effetti - un bosco.
La giovane coppia decide di usare la legna come riscaldamento: è il combustibile più ecologico e, inoltre, nel loro caso è anche a km 0. Per poter tagliare qualche albero ogni anno bisogna però procedere con la burocrazia: la forestale - o chi per loro - deve segnare gli alberi che si possono abbattere perché il bosco è diventato protetto. «Ma scusi, questo 30 anni fa era un prato pieno di fiori, non si può far tornare così?» «No, ora è un bosco e va mantenuto tale.» Allora bisogna informarsi su come fare, spendere altri soldi per riportare tutto a prato. La coppia, esasperata dalle spese e dalla burocrazia sempre contro, abbandona il suo progetto ecologico, vende i due rustici e si compra un appartamento - o una villetta - qualsiasi per non avere problemi.
Il problema della nostra società è che - al contrario di quanto ci fanno credere - non è prevista la libertà di scelta. Tutti vogliono - o altrimenti, devono - comprare appartamenti nuovi, pena le difficoltà di ogni genere (compresi rischi civili e penali per il taglio non autorizzato).
Ora il vecchio prato di cui sopra è un bosco e rimarrà tale, abbandonato insieme ai due rustici che crolleranno sotto il peso e le spinte degli alberi che gli crescono attorno.
Questa non è difesa del verde! Bisogna difendere il verde! Poco importa se è un bosco, un prato o un orto: sempre verde è! Vedere i rustici abbandonati e semi-distrutti e vicino il villaggio di villette a schiera nuovo di trinca non è un bello spettacolo. Certo, in Italia, chi ha le conoscenze può fare tutto... E le grosse agenzie hanno potere molto più della giovane coppia con nel cuore gli ideali ecologisti.
E le specie di fiori rare che c'erano prima degli alberi dove sono finite? Nel bosco ci sono meno impollinatori, meno sole, la vegetazione sì è rigogliosa, ma completamente diversa e meno bio-diversificata.

mercoledì 20 aprile 2011

Pietro Aretino for president

Affermare che Pietro Aretino sia il primo dei pornografi non è un gesto correttissimo, lo vedo bene, nei confronti della gustosa letteratura licenziosa del mondo antico; ma oggi, nella ricorrenza del suo compleanno, mi piace ricordare l'Aretino così.
Ritratto assai particolare dell'Aretino

Se non è stato il primo dei pornografi in assoluto, quanto meno lo è stato in epoca moderna e con una sensibilità che ci è sorprendentemente vicina.
Pietro ha l'anima irriverente, quanto mai consona alla sua inclinazione verso la lussuria.
Pietro ha il gusto del piacere e della vita vissuta con fervore.
Pietro incarna il desiderio di una libertà che oggigiorno diventa sempre più equivoca; e all'odierno sbandieramento di anatomie femminili invidiabilmente perfette, che intendono suggerire che la donna sia degna di nota solo quando è oggetto, contrappone un divertimento sanguigno, popolaresco, una sessualità variopinta ed autentica che avrebbe, secoli dopo, fatto la gioia di Balzac.
Pietro testimonia di un gusto per la verità attraverso il desiderio che oggi, anche grazie alle recenti squallidissime vicende sessuali del nostro presidente del Consiglio, non è purtroppo più d'attualità: sostituito da un patetico svilimento della dimensione erotica dell'esistere che ha fatto scendere in piazza, e giustamente, migliaia di donne offese.
Gli amanti dell'Aretino sono ancora oggi, per noi, nella loro imperfezione che ce li rende simpatici ed umani, un modello di gioia di vivere: Pietro Aretino for president, o meglio, for king.
"Mi dicono ch'io sia figlio di cortigiana; ciò non mi torna male; ma tuttavia ho l'anima di un re. Io vivo libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice."

domenica 17 aprile 2011

La domenica delle palme

Mentre la Francia blocca alla frontiera i treni di migranti provenienti dal nostro paese, il cardinale Tettamanzi in Duomo a Milano, in occasione dell'odierna domenica delle palme, chiede e si chiede: perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?
Parole che pesano come pietre, ma pur sempre parole.
E su quei treni non ci sono cardinali che dispensano saggezza richiamando le coscienze alla sacrosanta fratellanza universale, invocando la fine dello sfruttamento tra popoli.
Su quei treni soltanto migranti sporchi e sudati che fanno pensare ad un altro migrante, uno di poche parole e molte azioni, che 2000 anni fa in un'assolata domenica di primavera mosse a dorso d'asino alla volta del suo domani: un domani incerto come quello che attende i migranti sui treni fermi alla frontiera tra Italia e Francia, tra drappelli di manifestanti solidali e folle di turisti vip e gaudenti, un domani faticoso e forse drammatico. Su quei treni, se fosse qui tra noi, ci sarebbe anche lui: oggi sceglierebbe un treno anziché un asino. Forse, a ben vedere, oggi su quei treni fermi tra Italia e Francia c'è anche lui.
Oggi è la domenica delle palme.
Le palme di Mentone e le palme di Gerusalemme.

sabato 16 aprile 2011

Sciopero degli spermatozoi

La Suni, Società degli Urologi del Nord Italia riunita in questi giorni in convegno, lancia l'allarme: la fertilità maschile è in calo preoccupante.
Questo pone immediati e severissimi interrogativi di natura sociale: come mettere rimedio all'ecatombe di spermatozoi? Ma anche: come risolvere i casi irrisolvibili in un paese, il Belpaese, dove la donazione di seme è semplicemente interdetta?
Rassegnamoci: questa è l'Italia.
L'Italia dell'uomo macho e della donna disponibile.
L'Italia dove la fertilità maschile è ancora associata alla potenza sessuale.
Del resto, mi dico, cosa dobbiamo aspettarci da un paese il cui premier - dopo un'operazione alla prostata che un mio caro amico, vittima dello stesso disturbo, ha eloquentemente etichettato come "definitiva" - trova ancora il coraggio di pubblicizzare le proprie ormai improbabili prodezze erotiche?
Ormai noi cittadini onesti possiamo solo solidarizzare con lo sconsolante ma dignitoso sciopero degli spermatozoi.

venerdì 15 aprile 2011

Roma città aperta....per chi?







Più invecchio e più mi rendo conto che il mio ateismo è più vicino al cristianesimo di tutte quelle istituzioni che si sono elette a paladine della cristianità.
Lo scenario: Roma: «L’accoglienza è per la Città eterna una vocazione naturale, un primato che rivendica da sempre e che affonda le radici nella sua storia millenaria»
Il protagonista: il sindaco Alemanno: “Vi stiamo aspettando a Roma….[….] Sono giorni importanti in cui tutta la città cercherà di mostrare il suo aspetto migliore, cercherà di accogliervi in ogni modo…”
I numeri dell'accoglienza: 3500 operatori volontari che assisteranno e informeranno nei luoghi più importanti della città e 3 milioni e mezzo di euro di cui 450 mila forniti da Opera Romana Pellegrinaggi, l’ “agenzia turistica” del Vicariato da anni impegnata nel business degli itinerari dello Spirito nella Capitale e nel Mondo.
Tutto questo descritto ampiamente e con eleganza nel sito di Roma Capitale. Peccato che tutte quelle belle parole non siano per coloro che ne hanno davvero bisogno, i rifugiati disperati e senza un soldo, ma per i pellegrini che parteciperanno alla beatificazione di Giovanni Paolo II e che porteranno tanti soldi nelle casse del Comune in modo da raddoppiare (quantomeno!!) il capitale investito.
Accoglienza e ospitalità: due parole che, in questo momento, impegnano chi, a dispetto di chi vorrebbe sparare sui barconi dei migranti, cerca di prestare soccorso ai nuovi arrivati e garantire loro il minimo indispensabile in fatto di assistenza.
Però Roma, con la Polverini & C., dice NO ai circa 3000 profughi che sono destinati al Lazio. Facendo un grosso sforzo si potrebbero trovare un migliaio di posti in enti religiosi. C’è però un piccolo particolare: le strutture religiose vogliono essere pagate!!
Allora io penso semplicemente a questo: di fronte a questa emergenza rifugiati, credete che Giovanni Paolo II, da quel santo che sta per diventare, avrebbe avuto qualcosa da ridire se la sua beatificazione fosse stata sospesa e posticipata e tutta quella bella macchina organizzativa fosse stata messa a disposizione degli immigrati?
Io credo di no, ma...ormai si sa...gli itinerari dello spirito hanno un aspetto più invitante dei barconi in mezzo al mare.

giovedì 14 aprile 2011

Un cavallo val bene una messa.



Se non fossero sufficienti le cose che sappiamo già da tempo sui vergognosi privilegi che si acquisiscono ad occupare una poltrona a Montecitorio o quelle apprese recentemente come l’assistenza integrativa ai deputati e ai loro familiari, vi posso aggiornare su un incredibile ulteriore spreco del denaro pubblico. E sia chiaro che quando parlo di denaro pubblico non parlo di economia ad alto livello, parlo di soldi, pecunia, moneta sonante che esce dalle tasche ormai miseramente vuote di un popolo lavoratore e pagatore di tasse e balzelli, per entrare in quelle di chi di soldi ne avrebbe a sufficienza e, nonostante ciò e consapevolissimo della situazione estremamente deficitaria, continua indefesso ad approfittare vergognosamente della situazione, con la palese complicità di governi incapaci (dico “governi” perché non c’entra solo l’attuale governo, di cui si può dire tutto il male possibile, ma anche i  precedenti).
Si parla di un ente, e fin qui niente di strano, ormai sappiamo quanti enti ci sono in Italia che non hanno nessuna ragione di esistere.
Il nome di questo ente: U.N.I.R.E.,  Unione Nazionale Incremento Razze Equine.
La finalità di questo ente: la promozione delle razze equine per favorire l'utilizzazione del cavallo come strumento di riabilitazione fisica e psichica dell'uomo.
Ora, io amo gli animali e sono contenta che qualcuno se ne occupi, ma che ad occuparsene siano 176 dipendenti ognuno dei quali ha a disposizione un ufficio di 48 metri quadrati in un palazzone su via Cristoforo Colombo, nel quartiere romano dell'Eur, mi sembra francamente fuori da ogni logica. Ma non finisce qui: nel bilancio dello Stato, l'Unire, che figura come un ente pubblico non economico (?!?!?), è riuscito a scavare un buco di 83 milioni a fine 2009 e questo vuol dire che ogni stipendiato, dal segretario generale all'ultimo degli uscieri, ha prodotto in media un debito di oltre 471 mila euro.
Ma la cosa più paradossale è che fin dal 2004 la Corte dei conti si affanna a dire che : ” L'ente risulta privo di un sistema di programmazione e pianificazione delle attività, nonché di controllo interno”.
Nel 2005 :” L'Unire è stato sottoposto a una verifica amministrativo-contabile dalla quale sono emerse irregolarità di bilancio e contabilità”.
E i magistrati nel 2010 :” La Corte non può non censurare la scarsa efficacia della gestione commissariale”.
E qui entra in campo il governo, sempre pronto alle richieste legittimate da buoni propositi umanitari, e, negli ultimi due anni, REGALA un finanziamento straordinario di 300 milioni e promette una “pezza” anche per il 2011!!!
Questo mentre tutto il resto dell’Italia è nello sfacelo più completo.
Che dire? Non c’è limite al peggio, ma si potrebbe sempre metterlo prima d’arrivarci.
Questo è l’articolo…..da leggere con devozione…

mercoledì 13 aprile 2011

Chi di spada ferisce di spada perisce.

Che credibilità ha oggi Maroni per rimproverare l’egoismo dei vicini?
Francia e Germania si appellano all’art. 5 del trattato di Schengen e cioè che i migranti che hanno un permesso di soggiorno, per attraversare le frontiere, devono avere anche “mezzi di sussistenza sufficienti per il soggiorno e il ritorno e non essere pericolosi per l'ordine pubblico”.
Mi sembra di ricordare che lo stesso ministro qualche anno fa applicasse gli stessi criteri ai rumeni presenti in Italia, considerati pericolosi per qualche efferatezza commessa da alcuni di loro, facendoli inserire nel Pacchetto sicurezza. L'Europa si ribellò a quest'impostazione discriminante per una categoria di cittadini comunitari. Oggi la Germania e la Francia vogliono applicarla invece per i tunisini riconosciuti dal Governo italiano meritevoli di un permesso straordinario come previsto dal testo unico dell'immigrazione all'art.20.
Quindi credo che Maroni abbia ben poco di che lamentarsi, ha ragione a dire che l’Europa fa schifo, l’Europa capace di salvare le banche e di fare la guerra ma non di fare solidarietà,  ma questa è la SUA Europa, quella delle leghe, della xenofobia usata come mezzo di propaganda per vincere le elezioni, dei governi di destra e delle sinistre prone.
Cosa vuole di più dalla vita?

lunedì 11 aprile 2011

Demagogia finanziaria alla BCE

Jean-Claude Trichet, presidente BCE

Salgono i tassi di sconto, scende l’economia reale
Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, nella conferenza ECOFIN tenuta l’8 aprile a Budapest, lancia l’allarme crescita e occupazione per l’eurozona.
“Nell’Eurozona abbiamo ancora un livello della disoccupazione inaccettabile” ha sostenuto il presidente della BCE.
Certo, siamo a livelli inaccettabili con il rischio, sempre più reale, di sprofondare in una crisi che va ben oltre l’immaginabile.
A pesare ulteriormente sulla condizione economica dell’Europa, secondo Trichet, sono la crisi mediterranea, quella libica in particolare e il dramma nipponico.
Come risolvere la crisi? Come restituire forza ai mercati a cominciare dal mercato del lavoro, lavoratori e imprese incluse?
Semplice. Per Trichet è necessario perseguire la strada del risanamento del conti pubblici. E fin qui con Trichet si può essere anche d’accordo. Le cose cambiano quando nel perseguire il risanamento dei conti pubblici la BCE non perde tempo nell’alzare i tassi di sconto, come è accaduto pochi giorni fa, e a perseguire la strada delle privatizzazioni. E’ quello che viene chiesto a tutti gli stati europei, vecchi e nuovi.  Vendere il patrimonio pubblico, cederlo ai privati: demolire lo Stato.
Sale l’inflazione, siamo sempre più poveri
Come al solito, mentre sale l’inflazione e diminuisce il potere d’acquisto, si chiede al contribuente di accollarsi il peso di una crisi economica e finanziaria creata dal rapporto viziato tra potere politico e potere economico finanziario. La manovra della BCE, secondo le associazioni di consumatori, peserà per una media di 123,40 euro a famiglia e in particolare per le 2,3 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo a tasso variabile.
Salgono i tassi di sconto, il prezzo dei carburanti e dell’energia, insomma, il costo della vita, mutui compresi. Scende l’economia reale, quella dei lavoratori, quella delle imprese. E ora come ci riprendiamo? E’ tutto sotto controllo, secondo la BCE. Beati loro!
E intanto, mentre risale la candidatura di Draghi all’ECOFIN, Trichet si morde la lingua e mente a se stesso. Noi, invece, mentre il governo italiano è allineato e coperto, ci si prepara, sempre più poveri, a pagare!

giuseppe vinci

Tutte le coppie di fatto sono uguali

Cito da Repubblica.it:
"Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio."

Cito da Wikipedia.it alla voce Pier Ferdinando Casini:
"Casini spiega che il suo atteggiamento nei confronti delle coppie di fatto è di assoluta apertura, ma è solamente l'equiparazione giuridica tra sposi e conviventi a suscitare in lui forti dubbi."

I sostenitori delle unioni di fatto, specie quelli più cagionevoli di salute, gioiscano di questa apertura nei loro confronti da parte del cattolico (ma divorziato) Casini: basta solo arrivare a Montecitorio, facile no? Dopodiché la strada sarà per loro decisamente in discesa. Tutte le coppie di fatto sono uguali ma alcune coppie di fatto sono più uguali di altre.

Presunte integrazioni.

Non so se il mio concetto di integrazione sia assolutamente personale però ritengo che certe cose esulino parecchio dall’argomento e siano talmente insignificanti da non meritare l’importanza che gli danno. Parlo del burqa, quel particolare capo d’abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di origine islamica, principalmente l’Afghanistan, che continua ad essere indossato anche nei paesi occidentali dove gli islamici emigrano. Ribadisco: TRADIZIONALE, il che vuol dire che non c’entra niente con le prescrizioni dell’Islam che si limita all’obbligatorietà del velo.
Sia chiaro che io sono la prima a pensare che le donne islamiche abbiano bisogno di essere affrancate da una società maschilista quasi schiavizzante, quello che non mi va giù è che, in nome di questa famosa integrazione, nei paesi cosiddetti civilizzati, si proibisca, addirittura con una legge, alle donne arabe di portare il burqa nei paesi che le ospitano. Parlo della Francia, paladina dell’anticonformismo, dove addirittura si è arrivato all’arresto di due donne che, in una manifestazione contro questa legge, rivendicavano il loro diritto a portare questo indumento. Si parla di integrazione limitando la libertà di ciascuno di vestirsi come cavolo gli pare! A me sembra assurdo.
Si puniscano gli uomini che ammazzano le loro mogli o figlie che si occidentalizzano, ma si lascino le donne libere di portare quello che vogliono, che sia una libera scelta insomma, un’imposizione è tale sia da una parte che da un’altra. Sarebbe come se si imponesse agli islamici di mangiare per forza carne di maiale, non c’è nessuna ragione per farlo, sul piano personale ognuno deve essere libero di seguire le proprie tradizioni, la propria cultura, religione. Non è questa l’integrazione, l’integrazione è  semplificazione, tolleranza, rispetto nel segno del dialogo e del multiculturalismo, riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuna persona.
E sinceramente trovo fuori luogo che politicanti superficiali e perlomeno incoerenti trovino il tempo di varare leggi del genere mentre l’Europa cosiddetta unita va a catafascio………mi sembra che ci sia altro a cui pensare.

domenica 10 aprile 2011

Missioni umanitarie


Quali sono le ragioni dei bombardamenti in Libia? Non certamente quelle che ci vogliono far credere: “ Guardateci, stiamo facendo del bene, stiamo a fianco del popolo!” Il cinismo è così palese che fa perfino  sorridere. E noi dovremmo credere che coloro che si sono impastati le mani di sangue in Afghanistan e Pakistan stanno ora difendendo il popolo libico? La crudeltà di Gheddafi che si accanisce contro il suo stesso popolo è stata il pretesto per bombardare la Libia, mentre gli alleati arabi degli Stati uniti si applicavano con impegno a promuovere la democrazia in altri stati arabi, come i sauditi che sono entrati in Barhein, dove la popolazione è tiranneggiata e gli arresti si contano a centinaia. Tutto questo con l’appoggio degli Stati Uniti. Il despota dello Yemen continua a massacrare il suo popolo giorno dopo giorno, ma non ci sono sanzioni, non c’è un embargo di armi e nemmeno un piccolo accenno a una fly zone. Non si sente molto parlare di questo, sembra che anche al-Jazeera sia piuttosto silenziosa sull’argomento, mi chiedo perché. Potrebbe essere che le pressioni per l’allineamento alla linea politica che li finanzia siano state efficaci? La Libia è un’altra caso, uguale ma diverso, serve da copertura per propagandare la vigilanza “umanitaria” da parte degli Usa e dei suoi cani da presa occidentali come la Francia di Sarkozy, che era alla disperata ricerca di qualcosa e che, incapace di salvare il suo amico Ben Ali a Tunisi, ha deciso di prestare il suo aiuto per sbarazzarsi di Gheddafi. O come l’Inghilterra, che dopo aver sostenuto il regime libico negli ultimi decenni, cerca di mascherarsi da benefattore per non perdersi la divisione delle spoglie. Evito di citare l’Italia perché, come Stato assoggettato e nel marasma politico completo, ha ben poco potere decisionale.
Però l’obiettivo non è chiaro: Obama e i suoi accoliti parlano di cambio di regime preparando un nuovo governo composto di collaboratori libici mentre altri dicono che questo non rientra nell’operazione.
Non sapremo mai quanto tempo sarebbe riuscito a rimanere in sella  Gheddafi, ormai allo sbando e debilitato, di fronte a un'opposizione forte. La ragione per cui Gheddafi ha perso appoggi fra le sue forze armate è stata prorpio quella di aver ordinato di aprire il fuoco sul suo popolo. Adesso parla della volontà imperialista di rovesciarlo e di impossessarsi del petrolio, e, pur disprezzandolo, credo che stia dicendo la verità. Un altro Karzai sta arrivando, ben confezionato e preparato dalle “missioni umanitarie”.

Lo scenario di questa squallida commedia che l'occidente sta recitando si deciderà a Washington. Anche i libici che per disperazione adesso appoggiano i bombardamenti aerei della Nato, finiranno per pentirsene come gli Iracheni.

Tutto questo, secondo Tariq Ali, potrebbe però portare ad un altro ulteriore inquietante scenario: una crescente collera nazionalista che arriverebbe fino all'Arabia saudita. E allora non ci saranno più dubbi: Washington farà tutto il necessario perché la famiglia saudita regnante resti al potere. Se perde l'Arabia saudita, perde gli stati del Golfo. L'assalto alla Libia, a cui molto ha contribuito la stupidità di Gheddafi su tutti i fronti, è stato concepito per strappare l'iniziativa alle piazze e apparire in prima linea nella difesa dei diritti civili. Ma non convinceranno i bahreniti, gli egiziani, i tunisini, i sauditi e gli yemeniti, e perfino in Euro-Nordamerica sono più quelli che si oppongono a questa avventura di quelli che l'appoggiano. La partita è ancora lontana dall'essere decisa.
Obama parla di un Gheddafi senza clemenza, ma la clemenza occidentale non scende mai gratis dal cielo.

sabato 9 aprile 2011

Baudelaire

Oggi è il compleanno di Charles Baudelaire. Lo scrivo come se lui fosse qui.
Quando ho cattivi pensieri penso a Baudelaire: perché lui accoglie i cattivi pensieri e non li censura.
Quando mi sento a terra penso a Baudelaire: perché lui vede la bellezza anche nell'essere a terra.
Auguri amante dal cuore messo a nudo, auguri.

mercoledì 6 aprile 2011

Storici 2 la vendetta

Le prese di posizione del vicepresidente del CNR, lo storico Roberto de Mattei, contro quella parte del mondo che non la pensa come lui, riempiono le pagine dei quotidiani alimentando molto simpaticamente lo sdegno dei lettori.
Per approfondire apro Wikipedia alla voce, appunto, "Roberto de Mattei" e mi compaiono (verificate) i seguenti titoli in grassetto:

Contro l'Unione Europea e la disgregazione degli stati nazionali
Contro il riscontro neurologico della morte cerebrale
Contro l'evoluzionismo
Contro il progressismo del Concilio Vaticano II
Appello al Papa contro gli incontri interconfessionali di Assisi
Visione del terremoto del 2011 in Giappone come castigo divino

Ragiono sul personaggio in questione e più ragiono più mi sento stranita. Il riscontro neurologico della morte cerebrale, la disgregazione degli stati nazionali... Dove sono finite le buone vecchie crociate di una volta: quelle contro omosessualità, aborto, eutanasia, procreazione assistita, libertà sessuale e riproduttiva?
Mi sento disorientata.
Siamo al grottesco: un cattolico romano più realista del re muove contro un papa che considerare progressista, insomma, con tutta la buona volontà... (lascio i puntini tanto mi capite)
Poi spulcio bene le notizie e leggo i paragrafi in questione; ah, ecco: non manca niente (verificare prego): c'è la pillola, l'aborto, ci sono i maledetti musulmani infedeli e neppure potevano mancare i nemici cosiddetti invertiti.
Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, importante storico italiano cattolico romano.
La mia punizione divina per aver parlato male di due storici tedeschi.
Ben mi sta.
 

lunedì 4 aprile 2011

A cosa servono gli storici

"Soldati, protocolli del combattere, dell'uccidere e del morire" è il libro degli storici Soenke Neitzel e Harald Welzer in uscita presso Fischer Verlag di Francoforte (524 pagine, 22.95 euro).
Un monumento cartaceo, a quanto pare assai documentato, che tratta delle crudeltà dei soldati nazisti della Wehrmacht durante l'aggressione alla Polonia, i massacri in Italia e nel Caucaso e in molte altre occasioni.
C'era davvero bisogno di un libro del genere?
Forse sì, perché le storie di ammazzamenti di inermi seducono come non mai e sono quelle stesse storie, per inciso, che vengono propinate in salsa rosa nei telegiornali all'ora dei pasti: massacri di anziani, donne, bambini, persino animali; e proprio i cavalli avrebbero suscitato, secondo Neitzel e Welzer, il maggior rigurgito di pietà nei soldati nazisti: "la gente non mi faceva pena, ma uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all'ultimo giorno" afferma uno dei personaggi in questione nei colloqui fra prigionieri tedeschi registrati di nascosto dalle Forze Alleate (cito da Repubblica.it).
Il lettore medio potrà altresì deliziarsi con gli immancabili effettacci speciali da prima linea: "il tenente ci diceva: ammazzatene venti, così avremo un po' di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta. Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava: crepate, maiali" da cui desumiamo che i suini non inducessero, nel nobile sentire dei soldati nazisti, altrettanto sentimentalismo che gli equini.
Il documento delle atrocità belliche naturalmente non può tralasciare il cosiddetto sesso di guerra: "in Russia prendemmo una spia, le infilzammo i seni con spini, le infilammo la canna del fucile di dietro, poi ce la facemmo".
E mi fermo qui perché non manca proprio niente per confezionare un prodotto davvero vendibile. Oggigiorno la realtà supera la fantasia e vende anche più della fantasia: è successo, perché negarlo?
Ecco a cosa servono gli storici.