luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

mercoledì 7 marzo 2012

Femminismo prêt-à-porter

Un tempo motore non immobile, anche discutibile ma sempre vivacemente dialettico, della rivoluzione sociale e sessuale dei mitici anni Sessanta e Settanta, il femminismo ai giorni nostri sembra ormai defunto.
Eppure sappiano, coloro che non riescono proprio a consolarsi per la pericolosa latitanza di valide idee di stampo femminista, che esiste una compagine di donne ucraine che la recente rielezione di Putin ha posizionato nell’occhio del ciclone: si tratta delle Femen, sorta di novelli city angels al femminile che propugnano, o quanto meno sono convinte di farlo, «l’aggregazione delle giovani donne» attraverso «la consapevolezza e l’attivismo sociale nonché lo sviluppo culturale e intellettuale», che intendono proporre un’espressione di sé «basata su coraggio, creatività, efficienza» nonché sull’immancabile «shock» che ai tempi nostri è ingrediente fondamentale di ogni protesta che si rispetti.
Belle, molto bionde, giovani e tatuate, le signorine di Femen si autoproclamano il maggior gruppo femminista dell’Ucraina e si pongono l’ambizioso obiettivo di diventare il movimento femminista più influente in Europa. E ai seggi presidenziali in Russia le suddette femministe in jeans attillati si sono prodotte nell’ormai consueta protesta che le ha viste entrare vestite, spacciandosi per giornaliste, per poi esporre il seno nudo imbrattato di lodevoli scritte antipresidenziali di fronte alle solite onnipresenti telecamere.
Le suffragette in topless non sono nuove a questo genere di azioni; ma c’è di più: questa singolare forma di protesta è addirittura istituzionalizzata dalle Femen, il cui slogan suona pressappoco come «venimmo, ci spogliammo e vincemmo», e impiegata a più non posso da donne tutte giovani, tutte graziose, tutte snelle e tutte sexy, insomma delle perfette Winx caucasiche, supereroine interstellari coi capelli al vento che testualmente si battono come novelle amazzoni per «creare le condizioni più favorevoli affinché le giovani donne possano unirsi in un gruppo la cui idea principale è il mutuo sostegno e la responsabilità sociale, e che riveli i talenti di ciascun membro del movimento». Quali siano questi talenti è stato ampiamente mostrato ai seggi delle presidenziali sovietiche, con o senza piercing al capezzolo.
Niente di male, beninteso, a mostrare il seno in un gioco che per molte donne può essere anche divertente e addirittura piacevole: ma se tutto ciò è femminismo, allora il morto di cui sopra è stato tramutato in zombie. Uno zombie cui non resta, viste le grazie delle novelle femministe prêt-à-porter del terzo millennio, che rincorrere le signorine ucraine con la bava alla bocca come nel miglior filone dark del Bela Lugosi d’annata per poi ritrovarsi impalato giusto in mezzo al petto, un petto non più giovane e dove il seno ormai è cadente, e battere infine in ingloriosa ritirata verso il dissacrato cimitero.
Mano pietosa che poni un fiore sulla tomba del defunto femminismo, benignamente provvedi, già che ci sei, anche alla lapide di tutte le giovani donne il cui modello di lotta femminista è costituito dallo spogliarello di protesta di ragazzine che somigliano alle Barbie (o meglio alle Bratz), hanno un nome più adatto ad una band di lesbo-rock che ad una compagine di pasionarie e vestono Pinko, Guess e Miss Sixty: degli anni d’oro del femminismo non sono rimasti che i jeans. Amen.
Pardon, Femen.
 

giovedì 1 marzo 2012

I No Tav e il mistero delle porte killer

Le grottesche «tragedie sfiorate» all’italiana includono vari fenomeni di cronaca tra cui misteriose sparizioni di preziose reliquie, trafugazioni di salme di noti personaggi della tv, nuovi anni salutati a suon di revolverate meglio se all’interno di canne fumarie ancora rivestite del vecchio eternit, partite di calcio un po’ troppo turbolente e infine, last but not least, il mistero delle cosiddette porte killer.
Le porte killer, già colpevoli di una lunga serie di avventure potenzialmente o effettivamente letali a carico del personale e dei passeggeri delle nostre beneamate ferrovie nazionali, sarebbero nientemeno che i varchi di accesso ai treni o meglio ai vagoni dei treni, ossia in parole povere, come dice il nome, le porte: quelle che per mezzo di sofisticati comandi si aprono e chiudono a richiesta. O quantomeno dovrebbero. Perché, tanto per restare in tema di cronaca, è successo che la porta di un treno della prestigiosa flotta delle Frecce, orgoglio e vanto dell’Alta Velocità nostrana, invece di chiudersi ed aprirsi appropriatamente per compiere il proprio dovere di porta, ha deliberato di staccarsi dai cardini che la ospitavano e di cadere con gran clamore dal treno che in quell’istante, trattandosi appunto di un treno dell’Alta Velocità, sfrecciava intorno ai 250 km orari ignaro dell’ammutinamento di uno dei suoi più importanti componenti.
Stavolta, come altre volte, la tragedia è stata soltanto sfiorata.
Ma sfogliando gli annali degli addetti del settore si viene a scoprire una serie di infortuni anche mortali in cui sono state coinvolte le ormai famose porte killer dei treni e che hanno fatto gridare allo scandalo i sindacati esasperati dai continui tagli del personale, nella fattispecie di quello addetto alla sicurezza: la frequenza degli incidenti dovuti alle porte che non si chiudono, o che si chiudono fin troppo bene addosso alle membra del malcapitato di turno, giustifica pienamente il nomignolo di cui sopra.
D’altra parte, con buona pace dei sindacati, la storia si ripete e la responsabilità in questi casi è come l’Araba Fenice: che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa. Le categorie più accreditate, in Italia, sarebbero i comunisti seguiti a ruota dagli omosessuali con terzi a pari merito le donne e gli atei. E invece, a sorpresa, ecco che compare una nuova specie di autentici capri espiatori all’italiana, che non sono i becchi delle Camosciate delle Alpi bensì, per andare geograficamente poco lontano, i No Tav impegnati proprio in questi giorni in virulente proteste contro i cantieri della Val Susa.
Si può essere o non essere d’accordo con i No Tav ma il merito che è bene riconoscere loro è di aver puntato il dito sullo sperpero esagerato di risorse economiche in progetti, come quello dell’Alta Velocità, che rischiano poi, intascato il malloppo e ingrassati i cammelli, di rimanere cattedrali nel deserto abbandonate a se stesse, difficilmente fruibili, del tutto inutili oppure, come insegna la vicenda delle porte killer, persino pericolose.
E invece, candidamente, il Gruppo Ferrovie ricorda a chi se ne fosse scordato che la porta che si è staccata dal treno Frecciargento è esattamente quella «imbrattata dai manifestanti No Tav» durante la protesta del 27 febbraio scorso.
Comunque vada l’inchiesta sul reo confesso più famoso del momento, e cioè la porta killer, chi può dormire sonni tranquilli in questa vicenda sono proprio loro, i No Tav; accusati in pratica di saper piegare un cucchiaino con la forza del pensiero, non resta loro che approfittare del superpotere di far cadere le porte dei treni a proprio vantaggio: lasciarci qui senza più nemmeno un vagone praticabile e passare il confine con la Francia in bicicletta, alla ricerca di un più civile contesto. Per un po’ non sentiremo parlare di porte killer.