luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

mercoledì 20 luglio 2011

pizza, polenta, patate e kebab

Una demenziale e sottilmente inquietante ultim'ora recita che nella città padana di Bergamo sarebbe passata una legge definita "anti-kebab".

Amante del tipico piatto speziato che i nostri cugini maghrebini hanno esportato nel mondo e incuriosita dal titolo della suddetta ultim'ora, approfondisco e scopro che il comune di Bergamo ha vietato nella città alta l'apertura di negozi di alimentari cosiddetti "etnici" e che, tra le motivazioni dei promotori di questa assurda legge, figurano "la salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale".

Nella nostra società si opera quotidianamente, anche talora a fin di bene, un abuso linguistico ai danni della parola "etnico". La sempre preziosa wikipedia mi aiuta a precisarne il significato: 
Un gruppo etnico o etnia (dal greco ithnos = popolo) è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione, usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute in parte anche all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive).

Mi piace l'acuta precisazione "i cui membri si identificano", come se l'etnia non fosse che una scelta individuale: quando Einstein affermò che l'unica razza è quella umana, con chi si identificava? Ma, a parte questa considerazione, dal significato di "etnia" desumo che chiunque possa identificarsi in un particolare gruppo. E dunque, se il kebab è un piatto "etnico", altrettanto "etnica" è la pizza, con la sola differenza che si parla di due etnie abbastanza, quantunque non così tanto, distinte tra loro.

Secondo di poi: cosa c'entra il kebab con la "sicurezza urbana"?
I macellai islamici vanno forse in giro con quei lunghi coltelli affilati che un tempo venivano usati per tagliuzzare la carne dal rotolo, sostituiti oggidì da comode ed innocue rotelle elettriche? La risposta è, o può essere: tanto quanto i pizzaioli italiani vanno in giro con quelle acuminate forbicione che tornano assai utili per cimare il basilico senza rovinarne gli steli.

Terzo: l'identità locale.
Prima che gli scaltri mercanti veneziani commercializzassero quello che essi stessi, con una evidente operazione di marketing ante-litteram, chiamarono col nome allora alla moda di grano turco, ossia il mais proveniente dal Nuovo Continente, la polenta qui in Europa, non esclusa la città alta di Bergamo, era pura fantasia.
E che dire delle patate oggi considerate parte fondamentale della cultura gastronomica e dell'identità europea? Questo alimento si diffuse nel nostro continente solo alla fine del 1700 rendendo di fatto le patate al forno dei tedeschi, la raclette degli svizzeri, la vichyssoise dei francesi, i pizzoccheri dei valtellinesi e, financo, gli gnocchetti bergamaschi, specialità gastronomiche relativamente recenti e dunque aliene dal concetto ossessivo di "identità culturale" in nome del quale la nostra acritica e schizzinosa società si sta imprigionando con le proprie mani in una gabbia dorata ed inesorabilmente indigesta.

Quarto: la pizza.
Dove sarebbe la nostra celeberrima e beneamata pizza senza l'apporto creativo degli americanissimi, immigratissimi pomodori?
Vedano bene, i consiglieri comunali bergamaschi che hanno promosso una legge tanto insensata, che nessun piatto, per dirla con il seicento inglese, è un'isola, ma che ogni elaborazione gastronomica degna di questo appellativo è da sempre una gustosa ed estrosa contaminazione di stili e di ingredienti diversi.
Ma non solo: dove sarebbe l'Italia se gli americani avessero vietato l'apertura delle nostre pizzerie nel loro continente? La nostra storia, dove sarebbe adesso?
 

lunedì 18 luglio 2011

Due donne a confronto

Che cosa accomuna la scrittrice anglosassone Jane Austen e la mistica carmelitana Elisabetta della Trinità?
Anzitutto la data odierna del 18 luglio.

Il 18 luglio del 1817 muore la scrittrice e il 18 luglio del 1880 nasce la mistica.
Ma non solo.
Le due figure di donna sono vicine nella vita spesa al di fuori del matrimonio;
vicine nella passione per il dialogo (letterario in un caso e interiore con Dio nell'altro, ma sempre specchio della propria multiforme dimensione emotiva);
vicine nella morte sopraggiunta in entrambi i casi per via di un male autoimmune ai tempi incurabile, il morbo di Addison che colpisce, dicono gli scienziati, in prevalenza le donne.

Forse la malattia le ha poste dinnanzi alla sofferenza in un modo sorprendentemente simile, la colta figlia di un reverendo anglicano e la vivace mistica cattolica, tanto da far affermare all'una:
"un progetto che promette soltanto delizie non è possibile che riesca"
e all'altra:
"non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l'amo perché mi rende conforme a colui che è il mio Sposo"
   

mercoledì 13 luglio 2011

Evviva la vita!

Il 13 luglio del 1954 moriva una delle più grandi figure di artista del nostro secolo, la messicana Frida Kahlo.

La pittura di Frida non è soltanto la rappresentazione della sua realtà interiore, come ella stessa ebbe a dire in una celebre frase: la sua pittura libera finalmente la donna, per la prima volta nella storia della raffigurazione, dagli stereotipi di uno sguardo idealizzato sulla femminilità e le restituisce la dignità verista di soggetto artistico autentico.

Le donne di Frida sono una: se stessa.
Raffigurata con impietoso realismo ma come in un archetipo dalla suggestione arcana, precolombiana quasi, della stessa idea di femminilità, la donna di Frida è un modello efficacissimo e non di rado doloroso nel quale ognuna di noi può trovare una parte, piccola o grande che sia, della propria essenza.

In un modo per noi quasi inconsapevole Frida ci richiama a noi stesse e all'incontro-scontro con la nostra realtà fatta di buone e cattive qualità, di difetti e di bellezza, di fantasmi interiori e quiete pacificante, di origini e di futuro, di sofferenza e di fede immensa nella vitalità dell'esistenza.

Evviva le donne, evviva Frida che segna non soltanto la storia dell'arte ma anche la storia delle donne: la storia interiore di ciascuna delle sue spettatrici-interlocutrici, finalmente libere di mostrare se stesse, nella vita quotidiana, con la dignità e la verità di una imperfezione che rende tutto più interessante.

Evviva gli uomini, cui Frida offre se stessa e il coraggio di uno sguardo autentico sulle donne. Un gesto che mancava. Un gesto del quale si sentiva la necessità. Un gesto che libera.

Evviva l'arte che ci ha regalato il talento psicanalitico di una donna speciale. Una donna che dal proprio percorso di dolore ha saputo trarre profonde riflessioni su se stessa e sulla società e che, nonostante le esperienze di malattia e sofferenza anche fisica, ha tenuto salda la propria fede nella vita: quella vera.
Evviva la vita!
 

il caldo

Fa molto caldo a Parigi il 13 luglio del 1793: un caldo record che impedisce la pubblica esposizione delle spoglie mortali di Jean-Paul Marat, assassinato nella vasca da bagno da Charlotte Corday.
L'enigma della morte di Marat, una esecuzione apparentemente priva di moventi politici, permane tuttora. Forse è il caldo che dà alla testa e spinge la giovane Charlotte al gesto estremo.
Il caldo e la rivoluzione.

In quei caldi anni la rivoluzione è una evoluzione involutiva: per il caldo o per l'ambizione individuale i rivoluzionari si attaccano fra loro anche in maniera molto violenta e la storia personale di Marat, il principe dei sospetti e delle accuse rivolte alla buona fede di altri rivoluzionari, magari provenienti da una classe sociale diversa dalla sua, ne è un brillante esempio.
Da wikipedia apprendo che Marat era ossessionato da una misteriosa malattia che lo costringeva a frequenti immersioni in una singolare vasca da bagno, la medesima nella quale trova la morte per mano della Corday, che con un solo fendente spalanca a Marat il regno dell'eternità.

Sulle motivazioni di Charlotte il velo di un'afa silenziosa: ella è ghigliottinata dopo soli quattro giorni dal delitto che vede forse protagonista il suo spirito obnubilato più che autentiche ragioni politiche. Ma chissà.
L'economia in quegli anni è calda: involutiva anch'essa.
Esiste un re accusato di orge e di sperperi.
Il caldo normalmente non sopisce le coscienze bensì le anima: ma il troppo caldo le annebbia e spinge il popolo contro il popolo.

Anche oggi fa molto caldo qui da noi.
 
 

venerdì 8 luglio 2011

normali

Tante parole sul caso della ragazzina rom che non viene tolta ai genitori per essere affidata ad una comunità; genitori che vivono in una roulotte in condizioni che la maggior parte di noi NORMALI non concepisce perché nemmeno conosce, contro una comunità minori molto igienica e di grande disponibilità economica come lo sono tutte le comunità minori.
Nella nostra ipocrita società di NORMALI quanti di noi si comporterebbero come la corte d'appello di Bologna, che non ha affidato la ragazzina ai servizi sociali ma ha decretato di lasciarla in pace nella sua roulotte con la sua famiglia, peraltro già nota alla giustizia?
Noi NORMALI non concepiamo che chi ha guai con la giustizia possa anche essere genitore. E un buon genitore.
Non concepiamo che i bambini possano non frequentare le nostre scuole NORMALI. I figli vanno a scuola, rom o non rom che siano, intanto che i genitori NORMALI lavorano e guadagnano e muovono l'economia, e poi il finesettimana tutti insieme al centro commerciale. Questa è la vita delle persone NORMALI.
Contro il lavaggio del cervello della nostra società di persone NORMALI una sentenza anarchica e resistente. Chapeau alla corte d'appello di Bologna che non ha abusato del proprio potere.
 

martedì 5 luglio 2011

Copyright

Tutti mobilitati contro la delibera dell'Agcom, l'Autorità (già il nome evoca manganelli e olio di ricino) per la Garanzia delle Comunicazioni, che di fatto renderebbe l'Italia, come è stato detto, "un caso unico al mondo" (repubblica.it).

L'Agcom, attraverso la cosiddetta tutela del diritto d'autore, ossia la più grande baggianata mai inventata per frenare la diffusione dell'arte, della musica e del pensiero contemporanei, intende imbavagliare siti, blog, persino testate giornalistiche che violino il copyright magari solo pubblicando una foto o un filmato protetti da tale diritto.

Ora, poiché chi predica bene razzola generalmente male, c'è da dire a onor del vero che coloro che insorgono contro questa delibera sono spesso anche detentori di diritti d'autore stratosferici: siamo tutti bravi a essere froci con il culo altrui, come dice un mio amico senza mezzi termini.

La sacrosanta mobilitazione che sta avvenendo in questi giorni dovrebbe dunque coinvolgere anche una radicale revisione del diritto d'autore come tale, che invece di tutelare il detentore di fatto ne frena la diffusione delle idee. Guardare un po' meno al portafogli e un po' più alla democrazia è affare che ci concerne tutti.

Detto questo, pubblico qui una foto che, come al solito, non so se sia protetta o meno dal copyright: questo boomerang che alla fine si ritorce contro chi lo ha lanciato.

venerdì 1 luglio 2011

il 1° luglio e il 27 gennaio

Oggi 1° luglio 2011 compie ottant'anni dalla sua ufficiale inaugurazione la bianca figura della Stazione Centrale di Milano.


Un monumento sospeso tra il bene e il male: tra le sue quinte che ricordano le Aide nazionalpopolari dell'Arena di Verona hanno transitato migliaia di prigionieri destinati ai campi di sterminio tedeschi. Un mondo sospeso tra divertimento e dramma, tra vitalità e dolore, tra futuro e morte.
La sagoma della stazione, recentemente dedicata a Madre Francesca Cabrini, la santa dei migranti, resta a memoria di un particolare flusso migratorio di persone: quello dei deportati del nazifascismo.
Onoriamoli anche oggi in questa bella significativa giornata d'estate, non soltanto nel freddo austero 27 gennaio.
 

mercoledì 29 giugno 2011

Il contrappasso

Cito da wikipedia.it: "La legge del contrappasso (dal latino contra e patior, soffrire il contrario) è un principio che regola la pena che colpisce i re mediante il contrario della loro colpa o per analogia ad essa.
È presente in numerosi contesti storici e letterari d'influenza religiosa, come ad esempio l'Inferno islamico o la Divina Commedia. [...]
Il contrappasso può essere per analogia o per contrasto: se per analogia, la pena è uguale al peccato, per esempio ipotetico gli alcolizzati sarebbero condannati a bere per l'eternità fino a scoppiare.
Se per contrasto, la pena è diversa dal peccato, per esempio gli alcolizzati non potrebbero assaggiare neanche un po' di birra, però magari ne sentirebbero l'odore per l'eternità."

Singolare il contrappasso che subisce la città di Milano.

Per decenni il capoluogo lombardo ha visto amministrazioni civili del peggior qualunquismo politico destrorso al fianco, invece, di amministrazioni religiose di inusitato progressismo etico e spirituale. Ora che le Potenze Superiori hanno risvegliato le coscienze dei milanesi facendoli virare ad una politica più impegnata, tuttavia li puniscono per contrappasso con la nomina di un arcivescovo tra i più retrogradi che la città potesse immaginare.

Angelo Scola, lombardo di Malgrate, ci insegna che da Azione Cattolica a Comunione e Liberazione il passo è breve.
Il suo personale contrappasso, la pena per la recentissima incoronazione a sommo re della diocesi ambrosiana, avverrà per analogia (da Comunione e Liberazione all'Opus Dei) oppure, come tutti ci auguriamo ed auguriamo allo stesso arcivescovo, per contrasto?
  

martedì 28 giugno 2011

Tremonti e le nozze da melodramma

Girovagando per il web mi imbatto nelle immagini gustose, polpose come una pescanoce, decadenti e vagamente kitsch del matrimonio del nostro ministro per le pari opportunità, la soubrette Carfagna, con un rampollo dell'edilizia vicino a torbidi ambienti ex Dc.

Il solito matrimonio da melodramma; una festa freak di nani e ballerine. Con Brunetta che accanto alla moglie è più patetico di Rigoletto, con il Papi in persona in veste nientemeno che di testimone della sposa (un testimone dello sposo, vi ricorda niente? di cognome fa invece De Mita) e con la solita pletora di volti vecchi e nuovi della politica nazionale vestiti e truccati per la festa, ossia con generose dosi di cerone a nascondere i lineamenti tesi di chi è lì per procacciarsi favori.

Il volto della Carfagna, quasi deforme come Amelia che nel Ballo in Maschera cerca a mezzanotte l'erba stregata che le farà dimenticare pene (volutamente non aggiungo articoli) d'amore, è l'emblema della politica nazionale: ipocrita e ormai prossimo al disfacimento, non ha niente che ricordi nemmeno lontanamente le fattezze radiose di una sposa felice.

Ma per fortuna interviene LUI, il mio politico preferito, il ministro Tremonti: che ovviamente non è invitato a nozze, ma tra un bicchiere di Veuve Cliquot e un vol au vent al pregiato salmone siberiano, viene maledetto dal Papi anche nel momento della festa della sua velina-ministro.
Tremonti: un nome, una garanzia. La serietà che irrompe nel faceto.
Come il tenore che interviene, deus ex machina, a salvare la bella soprano dalle grinfie del baritono malvagio, così il faccione serio di Tremonti, in pericolo se non di vita quantomeno di ministero, ci consola delle smorfie tirate della sposa Carfagna.
 

lunedì 27 giugno 2011

Il cervello non ha sesso

Oggi ricorre il 180° anniversario della scomparsa della matematica Sophie Germain. Nata in una famiglia di liberali francesi filorivoluzionari, la sua vicenda è simile a quella di eserciti di intellettuali di genere femminile, figure dimenticate dalla storia ufficiale, quella dei maschi, e quasi sempre relegate nel pittoresco. Eppure lei, la Germain, ha elaborato teorie importantissime ma oggi sfido a incontrare qualcuno che associ il suo nome ad altri ben più conosciuti nell'empireo matematico: Lagrange e Gauss. I due grandi matematici, in verità, sono entrambi legati alla figura di Sophie Germain: il primo come mentore ai tempi dell'università, il secondo come amico de plume, corrispondente epistolare della brillante matematica.
Cosa ci faceva, alla fine del Settecento, una donna al neonato Politecnico di Parigi, si domanderanno i più realisti dei miei lettori? Ebbene: con un rischioso stratagemma, ossia prendendo l'identità di un mediocre studente maschio iscrittosi e ben presto ritiratosi, la giovane Sophie riuscì ad attirare su di sé l'attenzione nientemeno che del professor Lagrange, il noto pioniere della teoria dei gruppi, che le chiese un incontro personale (lei ovviamente non si faceva vedere in aula) e la smascherò come donna senza per questo smettere di lodarla come matematica.
Gauss, invece, il guru dell'algebra e della geometria, entra nella vita di Sophie attraverso una serie di lettere che lei decise di mandargli per essere incoraggiata nelle sue ricerche proprio dalla massima autorità nel campo degli studi matematici puri e applicati.
Sophie Germain è un'icona per tutte quelle donne che sentono la vocazione per la matematica e per la scienza; la dimostrazione, non propriamente di tipo matematico ma quasi, di come il cervello non abbia sesso.