luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.
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sabato 15 ottobre 2011

Un pizzico di amaro

E' sempre la solita minestra.
Ogni qualvolta si metta in pratica lo sdegno, esso è contornato da una guarnizione di violenza che come una carotina scolpita o un ciuffo di radicchio fa da contraltare alla pietanza principale.

Ogni riferimento non è casuale: il corteo degli indignati, apartitici e nonviolenti come recita un cartellone che campeggia sulla home di repubblica.it, è condito con una buona dose di peperoncino talmente piccante da incendiare le solite auto e i soliti cassonetti, da infrangere le solite vetrine, da lasciare drammaticamente sul campo i soliti feriti e, come sempre in occasioni analoghe, da accendere anche qualche dubbio nelle coscienze di chi una coscienza ancora ce l'ha.

Il verosimile sospetto che una manifestazione pacifica e importante come questa sia stata strumentalizzata è purtroppo un ingrediente fondamentale per una minestra comme il faut.
Manifestazione strumentalizzata, certo: qual è la maniera più appropriata di far crescere la paura nelle famiglie italiane perbene se non quella di associare il comprensibile atavico sdegno della popolazione antiberlusconiana ormai alla frutta, per restare in tema, dopo un ventennio di berlusconismo, a veri e propri atti di violenza fatta e finita?

Chissà poi quale sdegno alimenta la guerriglia di cui, in queste ore, viene riportata notizia.
E chissà cosa votano, nel segreto dell'urna, i famigerati black bloc la cui unica preoccupazione sembra quella di impiegare alla prima occasione un arsenale allestito chissà quando, chissà come e chissà perché. E chissà da chi.
Sarebbe bello saperlo. Ma probabilmente è proprio questo il tocco segreto che ogni chef che si rispetti riserva alle proprie pietanze di successo: un pizzico di amaro.
 

mercoledì 13 luglio 2011

il caldo

Fa molto caldo a Parigi il 13 luglio del 1793: un caldo record che impedisce la pubblica esposizione delle spoglie mortali di Jean-Paul Marat, assassinato nella vasca da bagno da Charlotte Corday.
L'enigma della morte di Marat, una esecuzione apparentemente priva di moventi politici, permane tuttora. Forse è il caldo che dà alla testa e spinge la giovane Charlotte al gesto estremo.
Il caldo e la rivoluzione.

In quei caldi anni la rivoluzione è una evoluzione involutiva: per il caldo o per l'ambizione individuale i rivoluzionari si attaccano fra loro anche in maniera molto violenta e la storia personale di Marat, il principe dei sospetti e delle accuse rivolte alla buona fede di altri rivoluzionari, magari provenienti da una classe sociale diversa dalla sua, ne è un brillante esempio.
Da wikipedia apprendo che Marat era ossessionato da una misteriosa malattia che lo costringeva a frequenti immersioni in una singolare vasca da bagno, la medesima nella quale trova la morte per mano della Corday, che con un solo fendente spalanca a Marat il regno dell'eternità.

Sulle motivazioni di Charlotte il velo di un'afa silenziosa: ella è ghigliottinata dopo soli quattro giorni dal delitto che vede forse protagonista il suo spirito obnubilato più che autentiche ragioni politiche. Ma chissà.
L'economia in quegli anni è calda: involutiva anch'essa.
Esiste un re accusato di orge e di sperperi.
Il caldo normalmente non sopisce le coscienze bensì le anima: ma il troppo caldo le annebbia e spinge il popolo contro il popolo.

Anche oggi fa molto caldo qui da noi.
 
 

martedì 21 giugno 2011

Il silenzio sull'Islanda.


Esiste un Paese di 300 mila abitanti che, dopo il fallimento della sua economia nel 2008, si è rifiutato, con un referendum, di pagare i debiti delle sue banche e di socializzare le perdite, arrivando a nazionalizzarle e a denunciare e perseguire penalmente i banchieri responsabili.

Esiste un Paese che ha fatto dimettere il Governo, dissolvere il Parlamento ed ha eletto con procedimento diretto i rappresentanti che dovranno scrivere una nuova Costituzione più democratica e sociale.

Esiste un paese che mette in discussione il sistema dei partiti tradizionali, obsoleto e inefficace per dare soluzione ai nuovi problemi, passa all'elezione diretta dei rappresentanti del popolo, per le loro capacità, onestà e impegno, rompendo la dipendenza dal circolo di potere di ogni partito, iniziando un controllo della ricchezza del Paese con trasparenza e partecipazione cittadina.

E se fosse poco, ha approvato un'iniziativa per trasformare il Paese in un rifugio internazionale per la libertà di stampa, in cui il prossimo Julian Assange potrà lavorare senza essere incarcerato o gli chiudano la pagina web.


Solo che è una rivoluzione diversa, una rivoluzione “pacifica”. Gli Islandesi non hanno fatto manifestazioni tumultuose, barricate infuocate, tirato pietre o bottiglie incendiarie, no, ma stanno facendo quello che di più simile a una rivoluzione si sia mai visto da molto tempo a questa parte in questa zona del mondo. 

Però noi ne siamo appena informati.
Abbiamo visto praticamente in tempo reale tutto quello che è successo e sta succedendo nei paesi arabi, dall’Egitto in poi; quotidianamente siamo informati sui massacri che si compiono in tante parti del mondo, bollettini di guerra a cui siamo ormai assuefatti.

Sarà perché in “tele” le rivoluzioni vengono bene se sono violente? Si sa che la guerra fa audience, la pace invece no.

Oppure….
Non sarà che le mediatiche rivolte arabe non hanno rischio di contagio in Europa, mentre la mobilitazione islandese potrebbe essere fastidiosa, non piacere al sistema?
Non c’è nessun inviato che trasmette dall’Islanda, nessun media ha diffuso il risultato della rivoluzione, nessuna televisione ha trasmesso immagini, nessun analista finanziario ha parlato del fallimento del FMI nella soluzione del problema, nessuno ha paragonato l'Islanda con l'Irlanda o la Grecia.
Un silenzio opaco avvolge tutto quello che riguarda l'Islanda, si è parlato di più del lesbianismo della sua presidente che del referendum di rifiuto del pagamento del debito delle banche e, soprattutto, si sono commentate molto di più le eruzioni del vulcano Eyjafjallajokull e dei suoi effetti devastanti sull'aviazione nello spazio aereo europeo.

Già, credo che la paura sia questa: se trionfasse la rivoluzione sociale, se il modello dell’Islanda si diffondesse, nascerebbe un'alternativa al sistema finanziario e al dominio quasi assoluto del BM e del FMI. Si metterebbe in moto un'evoluzione del sistema dei partiti con la partecipazione diretta dei cittadini nella proposta dei candidati e un'amministrazione più trasparente.
E non sarebbe cosa da poco, destabilizzante sicuramente, per un sistema come il nostro che trova tutte le strategie possibili per restare aggrappato a formule obsolete, privatistiche e clientelari, in tutti i settori, dall’economia alla politica.

Dai nostri media riceviamo invece tante rassicurazioni:
l’Italia non è come la Grecia o l’Irlanda……..
bene….
non potremmo essere come l’Islanda allora?