luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

domenica 12 febbraio 2012

IOR, Monòpoli e Risiko

Lo IOR, che in questo caso non è l’Istituto Ortopedico Romagnolo bensì la solita Banca Vaticana ormai da anni agli onori della cronaca talvolta, ahinoi, in ossequio alle toghe cardinalizie cui fanno capo i vertici dello IOR, decisamente nera, fa ancora parlare di sé.
Circola infatti sul web la notiziola secondo la quale il celeberrimo Istituto per le Opere di Religione, ossia il braccio secolare economico del Vaticano, sarebbe uno dei maggiori azionisti della storica fabbrica di armi Beretta, secondo solo ai membri della stessa famiglia Beretta che ne detengono la quota maggiore.

I cardinali con la pistola in mano, in realtà, ormai non scandalizzano più nessuno. Dopo l’affare Enimont e i vari spostamenti di denaro, che non è lecito immaginare molto pulito, da banche italiane a istituti di credito in Svizzera e in Germania, dove evidentemente l’igiene monetaria viene curata con più affidabilità, dopo il fallimento del Banco Ambrosiano con il suo seguito di strane dipartite come il misterioso suicidio di Calvi, dopo le connivenze tra Marcinkus, il simpatico arcivescovo autore della lapidaria sentenza secondo la quale «non si può governare la Chiesa con le Ave Marie» e quelle amabili dinastie, altrove dette clan, che nel film 9 settimane e mezzo frequentano i cosiddetti «ristoranti per famiglie», dopo tutto ciò lo IOR che investe in pistole, quantunque non giocattolo, è una notizia che strappa un sorriso.

D’altra parte cosa ci si può aspettare dal presidente dello IOR, quell’Ettore Gotti Tedeschi fautore della «superiorità di un capitalismo» che manco a dirlo dev’essere «ispirato alla morale cristiana», personaggio che arriva ad affermare che il capitalismo sia nato «ad esaltazione della dignità dell’uomo» e che la crisi economica che sta fiaccando mezza Europa origini «dal non aver seguito le indicazioni della Humanae Vitae, cioè dalla negazione della vita e dal blocco delle nascite»?

Un revolver non è dunque che la ciliegina sulla torta: d’altra parte un moderno braccio secolare non può affidarsi, come direbbe Marcinkus, alle Ave Marie.
Lo sapeva bene il belligerante papa Pacelli quando decise, in un sospettissimo anno ventunesimo dell’era fascista o, per chi preferisce il più consono calendario gregoriano nel lontano 1942, di istituire proprio lo IOR. Cosa fatta capo ha, purtroppo, ma per il futuro suggeriamo altri passatempi. Ad esempio gli immortali Monòpoli o Risiko: quei divertimenti seri, innocui e conviviali che a ragion veduta possono essere reputati assolutamente consoni ai piccoli e grandi capitalisti del ventunesimo anno. Pardon, secolo.
 

mercoledì 8 febbraio 2012

Santo esercito

In questi giorni di diffusa emergenza gelo e neve, fenomeni atmosferici che sembrano non risparmiare nessun angolo dell’imbiancato Belpaese, capita di vedersi recapitare a casa il conto.
Non la bolletta del metano o la fattura del fai da te sotto casa ormai a corto di sacchi di pellet; non il conto del dentista il cui studio sembra essere rimasto l’ultimo luogo riscaldato dell’intera Penisola, nel quale ormai è un piacere rifugiarsi, e nemmeno il conto delle migliaia di ambulanze che in tutto il paese stanno soccorrendo anziani e invalidi in difficoltà: no.
Il conto che è arrivato a sorpresa a molti sindaci dell’Italia centrale, dove così tanta neve è un fenomeno che coglie tutti impreparati, è precisamente quello dell’esercito di spalatori che hanno prestato, per usare un gentile eufemismo, la loro manodopera nella rimozione delle decine di centimetri del bianco elemento inesorabilmente caduti negli ultimi giorni; e l’esercito di spalatori, è proprio il caso di dirlo, esattamente di esercito si tratta, perché il Ministro della Difesa ha ben pensato di impiegare proprio i corpi militari per dare una mano a spalare la neve, salvo poi recapitare a casa dei malcapitati sindaci, cioè nei vari municipi italiani che hanno avuto l’ardire di fruire volentieri del servizio così magnanimamente messo a disposizione, l’onorario per il disturbo.
Se «ad Urbino il sindaco si è sentito chiedere 700 euro al giorno per dieci spalatori (cioè soldati con una pala in mano) più il vitto e l’alloggio», è andata meglio al primo cittadino di Ancona cui l’esercito ha chiesto solo «200 euro al giorno per un bobcat, 800-900 euro per una ruspa, una somma al di sotto dei 100 euro a testa per l’impiego dei soldati, cui però vanno garantiti vitto e alloggio». Non proprio un trattamento da settimana bianca in mezza pensione, ma poco ci manca.
Anche se, stando alle ultime notizie, i sindaci alla fine non pagheranno l’intervento dei militari, il conto dell’esercito rimane comunque l’ultimo dei paradossi italiani.
Ormai da decenni in preda alla frenesia privatizzatoria, dopo aver dato in gestione la scuola, le infrastrutture, persino la gran parte della sanità a entità aziendali dalla mentalità, va da sé, aziendalistica, lo Stato autorizza l’esercito, fruitore peraltro di non pochi fondi pubblici ad esso destinati, a chiedere ai cittadini il conto per le sue prestazioni. Grazie e arrivederci, il piacere è tutto vostro.
Ai poveri italiani, tra cui il sindaco di Urbino che, assieme al presidente della sua Provincia, ha sollevato la questione, non resterà che votarsi a qualche santo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: tra San Maurizio protettore degli Alpini, San Michele protettore dei Paracadutisti, Santa Barbara protettrice degli Artiglieri e San Giorgio protettore dei Cavalleggeri, persino i buoni vecchi santi sembrano essere stati privatizzati. Con la speranza che almeno a loro, dall’alto dell’invidiabile soprannaturale universo parallelo dove si trovano e dove il denaro non ha più alcun senso, non venga in mente prima o poi di presentare il conto per il mistico intervento.
 

mercoledì 1 febbraio 2012

Tutti al mare

Lo slovacco Sloboda a Solidarita, ossia il locale partito liberale di centrodestra il cui nome suona più o meno come Libertà e Solidarietà, ha ideato una singolare campagna per l’abolizione delle immunità parlamentari: diciassette deputati hanno posato più o meno senza veli e la fotografia, pubblicata sul profilo Facebook del partito, ha ovviamente fatto il giro del web.
In realtà è difficile stabilire se i diciassette moschettieri compaiano davvero come mamma li ha fatti: il lungo lenzuolo che li copre, recante la scritta «togliamo l’immunità ai deputati», non lascia apparire che una fila di poco sensuali polpacci da un lato e una schiera di autorevoli mezzobusti dall’altro, ossia quanto di più burocratico e meno frizzante si possa immaginare in termini di esposizione della nuda carne. Come a dire che persino Formigoni nell’istante in cui, coperto solo di una minima mutanda da bagno e con il naso efficacemente turato in vista del tuffo cosiddetto «a bomba» (in questo caso non sexy) dall’alto della barca ciellina di ordinanza, quella che secondo le solite malelingue sarebbe stata acquistata in nero dal nucleo d’acciaio del movimento di Giussani, insomma persino il casto governatore lombardo, al confronto con i politici slovacchi, sembra uscito fresco fresco dal set di una pellicola di Tinto Brass.

In politica economica il partito slovacco, capeggiato dal paladino esteuropeo del liberalismo economico Richard Sulik che per ribadire la propria autorità di leader si è riservato, nella foto in questione, uno dei posti migliori giusto dietro le spalle della più avvenente tra le uniche tre donne che hanno contribuito al progetto, non è più seducente che nell’immagine e somiglia pericolosamente ad un altro lombardo compagno di merende del casto governatore, quel ministro Tremonti che cercò di far digerire alle imprese nostrane la versione epurata della flat tax, altrimenti proibita dall’articolo 53 della Costituzione, violando al tempo stesso i parametri dettati dagli accordi di Maastricht e innalzando il già opulento debito pubblico italiano fino alle vette che sappiamo e che, con buona pace del nostro ex ministro dell’economia, non somigliano affatto alle bianche cime della sua Valtellina.

Molto meglio il mare. Peccato solo per il sospetto che rimane dopo aver ammirato la compatta schiera dei deputati del suddetto partito slovacco, e cioè che in fondo i diciassette parlamentari non siano nudi come vorrebbero dare ad intendere: come per i già citati colleghi italiani, con il quale hanno in comune il concetto di libertà o liberazione o liberalizzazione che dir si voglia, anche dei deputati di Sloboda a Solidarita si ha l’impressione che vogliano apparire all’elettorato come una simpatica compagine di rispettabili cristiani con l’attenzione al sociale e che, in fondo, sotto il pasionario e barricadero lenzuolo di protesta nascondano gli slip del costume. Tanto più che la scritta che inneggia alla fine dell’immunità parlamentare, in realtà, si riferisce a reati come «l’eccesso di velocità», mostrando così anch’essa il suo prevedibile lato segreto; e mentre l’economia europea agonizza sotto i colpi di piccozza dei liberalisti incalliti, meglio gettare via il lenzuolo, procurarsi un costume da bagno e rivelarsi per quello che si è: tutti pronti per un tuffo in compagnia.
  

sabato 28 gennaio 2012

Il terremoto e la scatola dei sogni

Mentre le scosse sismiche al nord riaccendono arcaiche paure di natura quasi millenaristica, gli italiani, evidentemente non del tutto tranquilli almeno finché non sarà trascorsa incolume la data del 12 dicembre 2012, presunta fine del mondo stando alle previsioni precolombiane ormai battute e ribattute dai media, ripescano la singolare figura di Raffaele Bendandi: l’uomo dei terremoti.
Faentino di nascita, astronomo autodidatta, Bendandi divenne famoso tra il ventennio fascista e l’era della prima televisione per le sue previsioni, alcune delle quali sorprendentemente azzeccate, dei terremoti italiani. Bendandi non era un professionista né riuscì ad esporre le proprie teorie sismologiche in una forma ritenuta accettabile da parte della comunità scientifica e tuttavia, complice la neonata dimensione parallela televisiva, egli divenne un autentico personaggio pubblico, da intervistare all’indomani dei sismi che sconvolgevano l’Italia e sui cui inascoltati avvertimenti ricamare storielle ad uso e consumo dei sudditi imbambolati di fronte alle scatole dei sogni: se proprio bisogna perire sotto un terremoto, almeno si perisca davanti alla TV.

Oggi che gli universi paralleli sono sempre più di moda non ha molta importanza che il Nostradamus dell’Appennino, che fra l’altro morì non avendo saputo prevedere la caduta di un pesante rullo della strumentazione pazientemente raccolta nella casa-osservatorio di Faenza giusto addosso alla sua persona, abbia partorito nella sua non breve esistenza un centinaio di previsioni di terremoti solo fino al 1977. Già corre la ghiotta notizia, affiliata al miglior filone catastrofico di cui la scatola dei sogni è ancora il principale mezzo di diffusione, che entro i primi giorni dell’aprile 2012 una serie di terremoti metterà in ginocchio il pianeta e in particolare il Belpaese: novella che si auspica verrà smentita, come già accaduto nel maggio 2011, dall’associazione nata in memoria e per la diffusione delle teorie del suddetto personaggio e che risponde al simpatico, un po’ prevedibile e per niente catastrofico nome di Bendandiana, con l’augurio altresì che il mondo vada avanti incolume, nonostante gli inevitabili sismi, almeno fino al suo presunto epilogo il prossimo dicembre; ovvero, per i più ottimisti, fino a  quel 3797 che sarebbe appunto l’anno dell’ultima profezia di Nostradamus. Niente panico dunque: c’è tutto il tempo di finire di guardare il proprio programma preferito alla TV.
 

venerdì 27 gennaio 2012

I violini di Auschwitz

«Arbeit macht frei»: il lavoro rende liberi ovvero, traducendo per associazione di idee con un proverbio nostrano, il lavoro nobilita l’uomo, è la nota frase forgiata all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz che testimonia di come ordinarie attività umane, in questo caso il lavoro, possano essere trasfigurate fino ad assumere connotati antiumani. E’ successo nel cuore dell’Europa non molti decenni fa e la memoria di tanto orrore, l’abominio (Shoah) per dirla in termini ebraici, rischia di cancellarsi come le impronte dei prigionieri sotto la neve incessante del freddo inverno dei lager.
Così il proprio mestiere diventa strumento di offesa e di morte: i prigionieri costretti a lavorare negli stabilimenti tedeschi che producevano gli stessi gas tossici impiegati per ucciderli ne sono il tragico paradossale esempio. E dove l’ordinario diventa brutalità non può mancare la musica: costretti a suonare durante le adunate, le marce verso i forni crematori, i rientri dal lavoro o più semplicemente per intrattenere gli ufficiali nazisti, i prigionieri, in specie ebrei e rom che tuttora possiedono una grande e viva tradizione violinistica, coprivano il fragore del campo con le note dei loro strumenti e, mentre la musica altrove è espressione di vita, ad Auschwitz è strumento di morte.

Ai giorni nostri un liutaio di nome Amnon Weinstein ha rinvenuto e restaurato i violini appartenuti ai prigionieri ebrei dei campi di sterminio tedeschi.
Si tratta di qualche decina di strumenti di pregevole fattura e spesso decorati con stelle di David e altri motivi tradizionali, inventariati in una collezione dal significativo nome di «violini della speranza»: gli strumenti, alcuni dei quali hanno rivissuto tra le mani di interpreti del calibro di Shlomo Mintz, Weinstein li ha scovati con decennale pazienza in giro per l’Europa e fra la diaspora ebraica statunitense, e li ha raccolti con l’intento di farne rivivere gli interpreti, uomini e donne e ragazzi brutalmente uccisi, assieme ad altri milioni di inermi cittadini, nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Chissà cosa pensavano i prigionieri costretti a suonare mentre chi era già destinato alla morte faceva il suo ingresso nelle camere a gas; chissà quante volte le mani si rifiutavano di tirare l’archetto, i menti di sostenere gli strumenti, le dita di tendere le corde mentre intorno i corpi di altri prigionieri, magari anche il proprio fratello o sorella o la propria moglie o marito, venivano ammassati nei forni crematori. Chissà.
Far risuonare oggi i violini di Auschwitz significa anche fare i conti con l’abisso di chi, sopravvissuto, ha usato la musica come ennesimo strumento di morte in un luogo dove la sopraffazione è stata la regola, la misura di tutte le cose e dove le madri cantavano la ninnananna ai bambini sulla porta della camera a gas.
Alla domanda sul perché gli ebrei (e lo stesso dicasi per i rom) possiedano la grande tradizione violinistica che possiedono, un vecchio adagio yiddish risponde: provate voi a scappare con un pianoforte in spalla. Una eterna fuga dei diversi che non s’abbia a dimenticare.
 

mercoledì 25 gennaio 2012

Di' la tua

I sondaggi del Corriere della Sera, riuniti nella rubrica dal significativo titolo di «Di’ la tua» e che nelle intenzioni del famoso quotidiano «hanno l’unico scopo di permettere ai lettori di esprimere la propria opinione sui temi di attualità», rivelano simpatiche sorprese sulle preferenze del popolo italiano.
Dai ristoranti del Friuli al dibattito ecologista sulle motoslitte, da Monti agli storici attaccanti del Milan, dai controlli antievasione all’opportunità del prato finto negli stadi, scorrere le risposte offre uno spaccato della mentalità del Belpaese.
Veniamo così a scoprire che, alla domanda «Stati Uniti: per mille dollari una macchina decifra il nostro Dna e calcola la predisposizione a certe malattie. La usereste?» gli italiani hanno risposto sì nel 74,8% dei casi: in barba alla crisi, per la salute non si bada a spese. Ma quando si tratta di dire la propria sull’argomento «Gli immigrati dovranno pagare fino a duecento euro per il permesso di soggiorno. È giusto?» il 64,8% risponde sì: a ciascuno la propria parte di sacrifici economici.
Se di fronte al quesito «Appello del club alpino lombardo contro le motoslitte: “rovinano le Alpi”. Siete d’accordo?» gli italiani, mostrando una encomiabile attenzione ai problemi ambientali, votano in massa (87,7%) per il sì, alla domanda «A Milano debutta l’area C, a Roma due giorni di targhe alterne. Ritenete utile questo tipo di misure?» la massa dei perfetti ecologisti si disperde e risponde sì soltanto una risicata maggioranza, lasciando immaginare che l’odiata motoslitta non faccia altro che rovinare le meritate ferie dei vacanzieri in suv.
Il sondaggio più alla moda, tuttavia, fa leva sull’inconscio: «Berlusconi: mai adozioni per i single né equiparazione tra unioni etero e omosessuali. Sei d’accordo?». La maggioranza degli italiani, va da sé, accanto agli scrupoli per l’integrità del territorio e alla tutela dei propri figli contro il pericolo immigrazione, è d’accordo con l’ex presidente del Consiglio. Il quale, tra parentesi, non si capisce a che titolo si permetta di intervenire su una questione che non lo dovrebbe più riguardare. Ma si sa: in Italia ciò che viene messo alla porta rientra puntualmente e sistematicamente dalla finestra.
Come il machismo: alla domanda «È giusto che delle giornaliste che vogliono condurre i telegiornali venga valutata anche la bella presenza?», infatti, rispondono no solo 44 italiani su 100: nell’era delle veline e degli ex premier orgogliosamente eterosessuali il vero talento resta sempre uno solo. E il vero volto dell’Italia, parimenti, non si smentisce mai.
 

lunedì 23 gennaio 2012

Come ti sbianco la diva

La cantante statunitense Beyoncé, icona della musica leggera coloured, sta diventando bianca.
Se non nella vita, quantomeno nella campagna pubblicitaria per una noto marchio di cosmetici la diva appare con lenti a contatto chiare e, grazie a photoshop, con un incarnato decisamente palliduccio che farebbe invidia al defunto Michael Jackson, celebre per le sue vere o presunte operazioni di chirurgia estetica volte ad assomigliare a quella casalinga olandese che costituiva il perfetto cliché di razza bianca in un’epoca in cui i programmi di fotoritocco erano ancora preistoria.

Su Jackson si tramanda fosse affetto da una malattia dermatologica: ma la ricostruzione del famoso nasino tradisce comunque ben altre intenzioni.
Di Beyoncé, invece, che dire? Per la diva afroamericana vestire i panni virtuali di una bellezza centroeuropea può forse essere un gioco pericoloso; un passatempo di grande attualità, quello di schiarirsi la pelle, che è testimoniato dai milioni di operazioni chirurgiche cui si sottopongono ogni anno veri e propri eserciti di donne afroamericane e che giustamente non piace né al popolo coloured, né agli individui ancora dotati di un grammo di buon senso. Già: perché è bene sapere che negli Stati Uniti ogni anno chiedono di diventare più simili al famoso modello caucasico oltre tre milioni di persone appartenenti ad altra etnia.

La verità è che, a leggere le pagine del gossip, se ne impara ogni giorno una nuova. La vicenda Beyoncé ad esempio insegna a milioni di ragazzine di pelle nera cos’è la tanto ambita razza caucasica, vera Araba Fenice di cui tutti parlano ma nessuno francamente ha la minima idea di cosa sia: e in effetti, come per la Fenice, anche per la razza caucasica sorgono ragionevoli sospetti riguardo la reale esistenza.
Dunque: alla voce caucasico Wikipedia afferma che «la scelta del termine è dovuta al ritenere che le persone d’incarnato roseo siano i discendenti dai superstiti sull’arca di Noè, che sarebbe approdata nel Caucaso». Sulla scientificità di tale credenza, prosegue l’enciclopedia on-line, la dice lunga la circostanza che «per i razzisti, che credono ancora nella validità scientifica del concetto di “razza”, il termine “razza caucasica” indica una razza specifica di Homo Sapiens, per la precisione i bianchi».

Inutile a questo punto precisare che tale terminologia, cara alle ragioni del razzismo spirituale partorito dalla mente di simpatici personaggi della risma di Julius Evola, «non segue il Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica».
A che serve, infatti, un codice internazionale di nomenclatura zoologica? Bastano la Bibbia, sulla quale il povero Galileo aveva già detto la sua giusto qualche secolo fa (le Scritture insegnino «come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo») e l’amor proprio di certe minoranze di individui che, mistero, sono riusciti ad inculcare alla maggioranza delle persone la certezza che sia preferibile tramutarsi, in un modo o nell’altro e costi quello che costi, nel modello (minoritario) da essi stessi imposto: il tutto con la benedizione del prete, del chirurgo plastico oppure, come nel caso in questione, dei grafici pubblicitari web.

Per fortuna c’è Michelle Obama; ben lungi dal desiderare di passare la propria epidermide in candeggina, in questi primi tempi del 2012 la first lady inaugura il proprio profilo sul social network Twitter e, in poche ore, raggiunge le migliaia di fans: segno che i tempi apocalittici del bianco che più bianco non si può stanno auspicabilmente volgendo al termine e che, con buona pace di Beyoncé e del defunto Michael Jackson, ognuno si terrà la pelle entro la quale è venuto al mondo. Perché poi alla fine, all’ombra, non è forse vero che tutte le vacche, pardon, tutte le Arabe Fenici sono nere?
 

martedì 17 gennaio 2012

Le autorità, il Giglio e la Concordia



Dov’erano le autorità prima del disastro?

Il comandante della Concordia è un criminale. Imbecille, ma criminale. Non c’è bisogno di commettere un reato scientemente per esserlo. Anche un imbecille incosciente che commette un reato è un criminale. E’ assodato, o no?

Il comandante Schettino, dunque, l’ha fatta grossa. Chi sa dov’era, mentre la Concordia andava dritta sulla secca, per non accorgersi di quello che stava accadendo. E’ un criminale, imbecille, ma criminale e la legge i criminali li punisce.

Dice, quella manovra, azzardata, fuorilegge, era all’ordine del giorno. La facevano tutte le navi di passaggio e per la Concordia non era la prima volta.

Ora mi chiedo, dov’erano la Capitaneria di Porto, il sindaco dell’Isola del Giglio, il Procuratore della Repubblica di Grosseto, fino ad oggi, ogni qual volta la Concordia e le altre navi manovravano sotto costa, in “area protetta” e sottoposta a stretti vincoli di legge?

E’ mai possibile che, fino ad ora nessuno se ne sia mai accorto, che nessuno abbia mai ravvisato un reato e che, il reato, per essere tale e far intervenire le autorità deve necessariamente raggiungere i livelli della tragedia umana e del disastro ambientale?

gv

Conosci Bersani?

C’era una volta lo scivolone del Pd sulla mutata (correva la non remota estate del 2011) situazione politica italiana, quel «cambia il vento» che chiosava l’immagine di un paio di gambe di donna a stento coperte da una succinta minigonna scarlatta quasi strappata via dalla nuova brezza sinistrorsa: campagna pubblicitaria che fece giustamente storcere il naso a quante e quanti criticano l’uso strumentale del corpo femminile, consueto appannaggio del centrodestra becero e pecoreccio delle presidenziali scuderie, anche da parte di un partito politico che si dice democratico e progressista.
Caduto di cavallo il Cavaliere, tuttavia, l’armadio del Pd non riesce ancora a liberarsi dei propri polverosi scheletri mediatici e punta oggi su un altro tema scottante: dopo l’immagine del femminile è la volta, manco a dirlo, della famiglia.
«Conosci i miei?» è il patetico titolo della nuova iniziativa del maggior partito del centrosinistra nostrano: una serie di monocromi cartelloni pubblicitari volutamente oscuri, recanti la scritta «conosci Eva?» «conosci Faruk?» «conosci Tal dei Tali?» e via elencando, hanno nei giorni scorsi tappezzato la capitale, alimentando peraltro una polemica sull’eventuale abusivismo di molti dei manifesti in questione che invitano i malcapitati lettori a recarsi su Facebook, il social network più alla moda, e unirsi al gruppo omonimo per scoprire che cosa Luciano, Eva, Serena, Faruk e compagnia avrebbero in comune.
La risposta al quesito è essa stessa oscura e lasciata all’immaginazione delle poche centinaia, almeno finora, di fans del gruppo; in pratica tutto in famiglia: tra consorti, figli, generi, nuore, cognati, zii, cugini di Bersani, Letta, Migliavacca, Bindi, Di Traglia e chi più ne ha più ne metta, radunare sei o settecento persone è veramente un gioco da ragazzi.
L’insuccesso di queste campagne pubblicitarie della sinistra made in Italy, evidente già per la minigonna, è sfacciatamente palese nel caso del gruppo di Facebook, dove canta la carta e i numeri striminziti non si possono gonfiare come i palloncini rossi alle antiche feste dell’Unità.
Altrettanto chiare sono le motivazioni: appropriarsi di un lessico nonché, quel che è più importante, di un modus cogitandi che sono tipici del pensiero della destra reazionaria e retriva non può procacciare a Bersani e ai suoi un vivo consenso. Il coinvolgimento buonista dell’elettore, o del tesserato, nella grande famiglia del Pd basandosi sui valori della peggiore tradizione italiota dei vari «gnocca per tutti» oppure «di mamma ce n’è una sola» o ancora il classico corollario all’anello di fidanzamento del «ti presento i miei», è una operazione che fa letteralmente cadere le braccia. Gran problema: circostanza che impedisce, fra l’altro, di poter stringere appropriatamente la mano ai membri della rispettabile famiglia di Bersani.

   

lunedì 16 gennaio 2012

Nel paese della "concordia"






Accade in Italia, nel paese della concordia.

Accade che un presidente del consiglio, quarta carica dello Stato, si porti nella residenza istituzionale un intero harem, ma senza eunuchi. Lui e i suoi sodali, elettori compresi sono concordi. E mentre l’Italia affonda gli eunuchi sono gli italiani evirati dei loro diritti.

Accade che il comandante di una nave da crociera se ne vada a spasso con la sua nave Concordia a spasso tra le secche dell’isola del Giglio invece di girare al largo. Lui abbandona la nave mentre passeggeri, equipaggio e magistratura non sono affatto concordi, mentre la nave affonda.

Accade che il governo del presidente del consiglio, quello del harem, non c’è più e nemmeno l’opposizione che non era concorde.

Accade che mentre l’Italia continua ad affondare sulle secche dell’Europa c’è un altro governo: quello della concordia. Quelli del governo del harem e quelli dell’opposizione concordano.


giuseppe vinci



http://www.trameindivenire.it/2012/01/16/nel-paese-della-concordia/