Dal mio osservatorio, di non troppa autorevolezza nelle questioni economiche ma accontentiamoci, guardo e riguardo la famosa nuova Manovra, appena nata e già assunta ad argomento meritevole dell'iniziale maiuscola, e più la giro e la rigiro e meno la comprendo.
Qualcuno all'opposizione ha molto azzeccatamente notato che siamo al caos.
Io ben più modestamente colgo due spunti di riflessione.
1. A VOLTE RITORNANO.
Il servizio militare, che fino a poco tempo fa come tutti sanno era obbligatorio, non sarà più conteggiabile nella pensione. Fantastica notizia degna dei tempi migliori di Israele o del Cile di Pinochet. Il Grande Fratello ti costringe a coltivare gli ortaggi con i quali poi ti farà fare indigestione.
Ricordo un vecchio film di vampiri grotteschi di Polanski in cui uno dei personaggi, intento a piallare quello che con ogni evidenza è il coperchio di una cassa da morto, interrogato sul suo passatempo risponde: lavoro il legno. Ai nostri pensionati vampirizzati dal Nano Sanguinario suggerisco il medesimo utile svago.
2. LA MANOVRA CON LA B MAIUSCOLA.
Qualunque cosa sia stata decisa nell'ambito della Manovra, è stata decisa ad Arcore e non a Roma. Ho detto tutto.
Ma mi resta una curiosità.
Chissà il padrone di casa che cosa ha fatto servire ai suoi ospiti; chissà se sul desco imbandito figurava qualche specialità particolarmente indigesta a Bossi, che è stato visto uscire dal meeting in condizioni di palese disagio psicofisico (Tremonti invece, di miglior umore, sarà certamente stato soddisfatto da pietanze, aromi, salse e bevande e tutte le degne libagioni offerte dalla casa).
La Manovra, insomma, lascia da lavare a noi italiani i piatti sporchi dei nostri governanti. Poveraccio chi dovrà ripulire quello del Nano Sanguinario. Anzi fortunato lui, non dovrà lavorare molto: sarà stata fatta piazza pulita di tutto, incluse le briciole.
un blog dove si parla a ruota libera e dove i pomodori non vengono lanciati a nessuno
luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.
martedì 30 agosto 2011
martedì 23 agosto 2011
Sacco e Vanzetti
In questo blog si parla spesso di lavoro e lavoratori.
Si è scritto di lavoro nero, di riposo e primo maggio, di lavoratori esasperati, di lavoratori sorteggiati e chi più ne ha più ne metta, considerando tale elenco disgraziatamente solo parziale.
Non è un bene parlare così frequentemente di lavoro: tanto meno quando si tratta di lavoro negato e lavoro disperato. Il contrario del lavoro che nobilita l'uomo insomma, e anche il contrario, ahinoi, del lavoro come inteso dai nostri benevoli e un po' ingenui padri costituenti.
Questa constatazione è amara nella giornata di oggi che guarda caso sarebbe il giorno internazionale contro la schiavitù.
Che cos'è, se non schiavitù, questo continuo vedere giovani disoccupati, anche laureati, allo sbando e alla disperazione, che accettano lavori ben oltre il limite dello sfruttamento? Uno spettacolo che fa male. E non tanto agli occhi quanto alla democrazia.
Amara constatazione oggi che la schiavitù, messa giustamente alla porta, rientra senza tanti complimenti dalla finestra. Amara constatazione oggi.
Oggi, guarda caso, ci arriva dalla storia un altro monito imperituro: la vicenda drammatica di Sacco e Vanzetti, due anarchici innocenti mandati a morte sostanzialmente per aver gridato forte i diritti dei lavoratori in un periodo in cui il sindacato era all'alba mentre oggi appare inesorabilmente al tramonto.
Un periodo speculare al nostro. Un periodo nel quale rischiamo di ripiombare da un momento all'altro. O dopo una discesa agli inferi che è ormai sotto gli occhi di tutti.
Disse Vanzetti: "io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della terra ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale".
Si è scritto di lavoro nero, di riposo e primo maggio, di lavoratori esasperati, di lavoratori sorteggiati e chi più ne ha più ne metta, considerando tale elenco disgraziatamente solo parziale.
Non è un bene parlare così frequentemente di lavoro: tanto meno quando si tratta di lavoro negato e lavoro disperato. Il contrario del lavoro che nobilita l'uomo insomma, e anche il contrario, ahinoi, del lavoro come inteso dai nostri benevoli e un po' ingenui padri costituenti.
Questa constatazione è amara nella giornata di oggi che guarda caso sarebbe il giorno internazionale contro la schiavitù.
Che cos'è, se non schiavitù, questo continuo vedere giovani disoccupati, anche laureati, allo sbando e alla disperazione, che accettano lavori ben oltre il limite dello sfruttamento? Uno spettacolo che fa male. E non tanto agli occhi quanto alla democrazia.
Amara constatazione oggi che la schiavitù, messa giustamente alla porta, rientra senza tanti complimenti dalla finestra. Amara constatazione oggi.
Oggi, guarda caso, ci arriva dalla storia un altro monito imperituro: la vicenda drammatica di Sacco e Vanzetti, due anarchici innocenti mandati a morte sostanzialmente per aver gridato forte i diritti dei lavoratori in un periodo in cui il sindacato era all'alba mentre oggi appare inesorabilmente al tramonto.
Un periodo speculare al nostro. Un periodo nel quale rischiamo di ripiombare da un momento all'altro. O dopo una discesa agli inferi che è ormai sotto gli occhi di tutti.
Disse Vanzetti: "io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della terra ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale".
sabato 20 agosto 2011
Fiera del Levante: quando il lavoro è estratto a sorte
Nella Puglia Migliore c’è spazio anche per la fortuna
Per lo svolgimento della prossima Fiera Campionaria Generale, che si terrà a Bari dal 10 al 18 settembre, l’Ente Autonomo Fiera del Levante, ha bandito una vera e propria gara a sorteggio per le 300 unità lavorative necessarie alla realizzazione dell’evento fieristico più importante del mezzogiorno d’Italia.
La Fiera del Levante, tra l’altro, è diventata, soprattutto negli ultimi anni, un appuntamento internazionale per le relazioni commerciali e culturali delle popolazioni del bacino del Mediterraneo rivolgendo una grande attenzione all’oriente e all’Africa sub-sahariana.
L’idea di tirare a sorte è del nuovo presidente della Fiera del Levante, il prof. Gianfranco Viesti, associato di Politica Economica alla Facoltà di Scienze Politiche all’Università degli Studi di Bari.
Sin dal giorno della sua nomina a presidente dell’Ente Fiera del Levante – il 17 febbraio 2011 – il prof. Viesti, vista la crisi che colpisce lo stesso Ente destinato da una legge regionale a finire nelle mani dei privati, aveva annunciato di voler assolutamente cambiare obbiettivi e strategie.
In questa direzione di rinnovamento e rilancio della fiera va questa bizzarra modalità di assunzione del personale (soprattutto hostess), per mezzo del sorteggio già avvenuto ieri 10 agosto. Da quest’anno, in oltre, tra gli altri provvedimenti c’è anche l’eliminazione dei biglietti omaggio. Gli interessati, operatori e curiosi, dovranno farsi carico della loro partecipazione.
Sono più di 9000 le domande arrivate da tutta Italia e compilate on line sul sito della Fiera del Levante. Tutto per uno straccio di lavoro precario per soli 10 giorni e per un compenso lordo di 450 euro, dal quale dovranno essere sottratte le spese di trasferta e di soggiorno. Cosa ne resterà delle 450 euro lorde?
La notizia dell’iniziativa risale alla scorsa primavera e con tutta evidenza non ha stupito più di tanto nemmeno le forze sindacali, tanto meno gli assessori regionali al Lavoro Elena Gentile e alle politiche giovanili Nicola Fratoianni, quasi come fossero tutti convinti della bontà del provvedimento. Restano, intanto, irrisolti non pochi dubbi sulla strategia politica adottata dalla Puglia Migliore.
C’è da essere non poco straniti che, nella Puglia della Politiche Sociali, dei Bollenti Spiriti, del Piano Straordinario del Lavoro 2011 denominato “Puglia al Lavoro“, un economista cattedratico come il prof. Viesti, non abbia trovato altra soluzione migliore per riconoscere, in chi cerca lavoro, merito ed esperienza, e si sia affidato alla sorte.
E’ come se, in assenza di proposte e soluzioni politiche, si preferisse consigliare a milioni di giovani disoccupati e precari di lasciar perdere i loro curriculum, meriti e titoli acquisiti con duro lavoro, sacrifici, una vita di stenti e tanta incertezza. Li si invita soprattutto ad acquistare confezioni formato famiglia di “gratta e vinci”.
E’ vero che la fortuna aiuta gli audaci, ma non vorremmo che anche nella Puglia Migliore serpeggi una subdola rassegnazione al gioco d’azzardo istituzionale.
Giuseppe Vinci
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lunedì 8 agosto 2011
Il matrimonio di Paola Concia
Auguri alla deputata Paola Concia che pochi giorni fa nella civile Germania ha sposato la sua compagna Ricarda Trautmann.
Auguri, per la par condicio, anche a Luciano Moia per il suo meno civile intervento sul quotidiano Avvenire, nel quale accusa la Concia di aver strumentalizzato l'evento privato delle proprie nozze a fini prettamente politici. Auguri perché, gentile Moia, lei ha colto proprio nel segno: il matrimonio lesbico della deputata Concia è, per nostra e per sua fortuna, esattamente quello che lei ha detto, ossia un gesto politico.
Quando in Italia i diritti fondamentali sono negati ad una certa categoria o a certe categorie di persone, ecco che le nozze, avvenimento altrimenti privato, diventano una giustissima occasione di riflessione pubblica: specie quando le nozze in questione non sono le mie o quelle di Moia, ma quelle di una parlamentare italiana.
A chi fa paura il matrimonio omosessuale? Perché non può essere equiparato alle nozze civili stipulate da qualsiasi coppia etero di fronte ad un sindaco o ad un suo rappresentante? Perché i cattolici gridano tanto e tanto istericamente?
Non sono certo io a dover rammentare a Moia o ai dottori di Avvenire che la Bibbia non è un codice legislativo bensì un libro di spiritualità, e che ciò che contiene, quantunque ispirato, è da tempo soggetto al sacrosanto filtro della storicizzazione: se per gli ebrei dell'epoca di Gesù l'omosessualità era un inutile spreco di seme maschile, oggi, gentilissimo Moia, la visione del mondo in proposito è leggermente mutata.
Per non dire della simbologia che la Bibbia, ridotta troppo sovente dagli stessi cristiani cattolici (che peraltro la leggono ben poco) a raccolta di precetti moraleggianti e comodamente bigotti, contiene al suo interno come ogni libro veramente ispirato.
Infine: il bagaglio di valori che eventualmente un libro ispirato come la Bibbia suscita nel lettore attento non può in alcun modo essere assunto a legge per uno stato che voglia auspicabilmente tutelare ogni filosofia esistenziale ed ogni esperienza spirituale. Un punto di partenza assai disatteso in un paese, l'Italia, molto poco democratico.
Mi rammarico molto del fatto che lei, gentile Moia, non abbia colto l'opportunità di riflessione che le nozze in questione hanno offerto a noi tutti, cittadini di un paese europeo dove tuttora, nel 2011, sussistono discriminazioni che forse non la coinvolgono personalmente ma che non possono e non devono essere ignorate.
Tutto è puro per quelli che sono puri, ha detto una volta un sovversivo condannato barbaramente a morte dopo una vita passata al tavolo dei discriminati. Tutto è puro per quelli che sono puri ma per i contaminati e gli increduli niente è puro, proseguiva lui.
Nemmeno un matrimonio, aggiungo io.
Auguri, per la par condicio, anche a Luciano Moia per il suo meno civile intervento sul quotidiano Avvenire, nel quale accusa la Concia di aver strumentalizzato l'evento privato delle proprie nozze a fini prettamente politici. Auguri perché, gentile Moia, lei ha colto proprio nel segno: il matrimonio lesbico della deputata Concia è, per nostra e per sua fortuna, esattamente quello che lei ha detto, ossia un gesto politico.
Quando in Italia i diritti fondamentali sono negati ad una certa categoria o a certe categorie di persone, ecco che le nozze, avvenimento altrimenti privato, diventano una giustissima occasione di riflessione pubblica: specie quando le nozze in questione non sono le mie o quelle di Moia, ma quelle di una parlamentare italiana.
A chi fa paura il matrimonio omosessuale? Perché non può essere equiparato alle nozze civili stipulate da qualsiasi coppia etero di fronte ad un sindaco o ad un suo rappresentante? Perché i cattolici gridano tanto e tanto istericamente?
Non sono certo io a dover rammentare a Moia o ai dottori di Avvenire che la Bibbia non è un codice legislativo bensì un libro di spiritualità, e che ciò che contiene, quantunque ispirato, è da tempo soggetto al sacrosanto filtro della storicizzazione: se per gli ebrei dell'epoca di Gesù l'omosessualità era un inutile spreco di seme maschile, oggi, gentilissimo Moia, la visione del mondo in proposito è leggermente mutata.
Per non dire della simbologia che la Bibbia, ridotta troppo sovente dagli stessi cristiani cattolici (che peraltro la leggono ben poco) a raccolta di precetti moraleggianti e comodamente bigotti, contiene al suo interno come ogni libro veramente ispirato.
Infine: il bagaglio di valori che eventualmente un libro ispirato come la Bibbia suscita nel lettore attento non può in alcun modo essere assunto a legge per uno stato che voglia auspicabilmente tutelare ogni filosofia esistenziale ed ogni esperienza spirituale. Un punto di partenza assai disatteso in un paese, l'Italia, molto poco democratico.
Mi rammarico molto del fatto che lei, gentile Moia, non abbia colto l'opportunità di riflessione che le nozze in questione hanno offerto a noi tutti, cittadini di un paese europeo dove tuttora, nel 2011, sussistono discriminazioni che forse non la coinvolgono personalmente ma che non possono e non devono essere ignorate.
Tutto è puro per quelli che sono puri, ha detto una volta un sovversivo condannato barbaramente a morte dopo una vita passata al tavolo dei discriminati. Tutto è puro per quelli che sono puri ma per i contaminati e gli increduli niente è puro, proseguiva lui.
Nemmeno un matrimonio, aggiungo io.
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GUERRA versus GUERRA
Il Medio Oriente violato dall'odio e dal desiderio di guerra e morte vieta le pistole ad acqua di centinaia di adolescenti che a Teheran e in altre città iraniane hanno organizzato, come diremmo noi occidentali, una gavettonata generale.
Pistole ad acqua versus pistole vere.
Pistole ad acqua di fabbricazione cinese versus carri armati di fabbricazione bresciana o spezzina, tanto per capire chi è colonialista e come.
Se è vero che la guerra non è un gioco, è altrettanto vero che il gioco non è una guerra. O sì? Quanto sono sovversivi per il governo dell'Iran manipoli di ragazzi inzuppati che sotto il sole persiano si divertono a gavettoni e con pistole e cannoni ad acqua? Per non parlare delle ragazze, bagnate e con il velo scomposto, finalmente sorridenti, finalmente vive.
La guerra è guerra.
Decine di giovani arrestati per atti contrari alla morale versus una teocrazia che deve la sua sopravvivenza al lavaggio del cervello dei suoi sudditi.
Guerra versus guerra.
La guerra delle idee versus la guerra quella vera.
venerdì 5 agosto 2011
Tremonti e le Principesse Rosse
C'erano una volta le famose donzelle indifese di tutte le fiabe del mondo, salvate dal cavalleresco principe azzurro dei sogni di tutte le donne del mondo.
Ora non più.
Ora che il cavalleresco principe azzurro per antonomasia sta diventando sempre meno popolare, per fortuna, le donne sognano altro. E diventano capi.
Capi della CGIL e capi di Confindustria.
Due incarichi all'apparenza opposti: le istanze degli industriali e quelle dei lavoratori, da che mondo è mondo, non vanno esattamente a braccetto.
Eppure il momento storico è decisivo: la caduta da cavallo del suddetto cavaliere, ormai ridotto a vestigia del famoso antico medioevo da bere, genera un epocale cambiamento nella nostra società e la Marcegaglia e la Camusso, novelle amazzoni, lo bastonano all'unisono.
Poiché noi donne siamo in fondo gentili e accanirsi contro un povero cavaliere disarcionato, se si può fare nelle fiabe, non è certo un comportamento da eroina della vita vera, ecco che l'ira delle due signore si dispiega in tutta la sua veemenza verso il nostro politico preferito: lui, il ministro Tremonti, l'uomo dell'inquietudine, che ormai vede ragni e scorpioni camminargli addosso, ebbene proprio lui ha avuto l'ardire di mostrarsi soddisfatto del piano governativo in 8 punti per il risanamento dell'Italia, che detto così può fare concorrenza alla pancia piatta subito tanto ambita dalle frequentatrici delle spiagge nostrane.
Ordunque, il nostro con le sue opinioni sull'economia riesce a litigare sia con il cavaliere disarcionato che con le principesse azzurre (pardon, visti i toni direi piuttosto rosse) che gli hanno risposto per le rime.
"Ci sembra che il Governo non abbia assolutamente capito l'urgenza della situazione" ha detto la Camusso, giustamente irritata dalla flemma di Tremonti di fronte allo sfacelo dell'Italia.
"Non è più il momento delle dichiarazioni, vogliamo vedere atti concreti e ci aspettiamo che il governo ci convochi già nei prossimi giorni" le ha fatto eco la Marcegaglia, dimostrando come il momento storico sia fatale non soltanto per il sacrosanto ribaltamento del potere istituzionale, con maschi inadeguati incalzati da donne che chiedono finalmente a gran voce, e finalmente da posizioni autorevoli, risposte concrete che gli uomini non sanno più dare. Ma anche per l'evidenza di un governo, ahinoi, talmente fiabesco e sconclusionato da arrivare a mettere d'accordo persino CGIL e Confindustria.
Caro Tremonti, lei che è nell'occhio del ciclone, colga l'occasione per fare finalmente il suo mestiere. Che non è quello di principe azzurro.
Ora non più.
Ora che il cavalleresco principe azzurro per antonomasia sta diventando sempre meno popolare, per fortuna, le donne sognano altro. E diventano capi.
Capi della CGIL e capi di Confindustria.
Due incarichi all'apparenza opposti: le istanze degli industriali e quelle dei lavoratori, da che mondo è mondo, non vanno esattamente a braccetto.
Eppure il momento storico è decisivo: la caduta da cavallo del suddetto cavaliere, ormai ridotto a vestigia del famoso antico medioevo da bere, genera un epocale cambiamento nella nostra società e la Marcegaglia e la Camusso, novelle amazzoni, lo bastonano all'unisono.
Poiché noi donne siamo in fondo gentili e accanirsi contro un povero cavaliere disarcionato, se si può fare nelle fiabe, non è certo un comportamento da eroina della vita vera, ecco che l'ira delle due signore si dispiega in tutta la sua veemenza verso il nostro politico preferito: lui, il ministro Tremonti, l'uomo dell'inquietudine, che ormai vede ragni e scorpioni camminargli addosso, ebbene proprio lui ha avuto l'ardire di mostrarsi soddisfatto del piano governativo in 8 punti per il risanamento dell'Italia, che detto così può fare concorrenza alla pancia piatta subito tanto ambita dalle frequentatrici delle spiagge nostrane.
Ordunque, il nostro con le sue opinioni sull'economia riesce a litigare sia con il cavaliere disarcionato che con le principesse azzurre (pardon, visti i toni direi piuttosto rosse) che gli hanno risposto per le rime.
"Ci sembra che il Governo non abbia assolutamente capito l'urgenza della situazione" ha detto la Camusso, giustamente irritata dalla flemma di Tremonti di fronte allo sfacelo dell'Italia.
"Non è più il momento delle dichiarazioni, vogliamo vedere atti concreti e ci aspettiamo che il governo ci convochi già nei prossimi giorni" le ha fatto eco la Marcegaglia, dimostrando come il momento storico sia fatale non soltanto per il sacrosanto ribaltamento del potere istituzionale, con maschi inadeguati incalzati da donne che chiedono finalmente a gran voce, e finalmente da posizioni autorevoli, risposte concrete che gli uomini non sanno più dare. Ma anche per l'evidenza di un governo, ahinoi, talmente fiabesco e sconclusionato da arrivare a mettere d'accordo persino CGIL e Confindustria.
Caro Tremonti, lei che è nell'occhio del ciclone, colga l'occasione per fare finalmente il suo mestiere. Che non è quello di principe azzurro.
venerdì 29 luglio 2011
Fiat obscuritas
La tragedia dell'ex dipendente Fiat che ieri, a Termini Imerese, ha ucciso la moglie, ferito la figlia e si è infine tolto la vita, scuote le coscienze.
Che parole trovare per un uomo licenziato un anno fa dalla Fiat per motivi disciplinari (pare avesse usato un badge altrui per accedere al servizio mensa) e da allora disoccupato?
Stanco, ferito, depresso, esasperato...?
La vicenda è tristerrima non solo per l'incertezza, che definirei criminale, in cui verte l'esistenza stessa dello stabilimento siciliano che i vertici Fiat intenderebbero smantellare a fine anno: ma anche per la facilità con cui i licenziamenti disciplinari vengono messi in atto nella nostra società che sembra confondere il serio con il faceto, la faciloneria con i drammi, la realtà, diciamolo pure, con la fantasia pubblicitaria proposta in tutte le salse dalla maggior parte dei media per ventiquattr'ore al giorno.
E' possibile al giorno d'oggi, dopo decenni di conquiste sindacali (ormai drammaticamente messe in discussione) che un dipendente venga licenziato per il solo fatto di essere andato in mensa con il badge di un collega?
Che non è un'azione lecita, d'accordo. Ma chi è senza peccato, come disse qualcuno che non a caso è stato protagonista di un processo-farsa seguito da una condanna a morte barbaramente eseguita, scagli la prima pietra. E i vertici Fiat non fanno sicuramente eccezione. La punizione, come disse qualcun altro che, seppure ateo e illuminista, ha fatto eco al primo, ha da essere "proporzionata a' delitti".
Un licenziamento per un badge è uno dei tanti aspetti dell'abuso di potere tanto evidente nella nostra società contemporanea, che viene fra l'altro attuato tramite il controllo. Ma questa è un'altra storia.
Il fatto drammatico di Termini Imerese è doloroso per l'umanità ferita su cui ha puntato improvvisamente i riflettori: stuoli di giovani disoccupati ma anche uomini di mezz'età il cui posto di lavoro, fino a ieri una ragionevole certezza, è oggi messo in discussione. Apprendisti con stipendi minimi e gli straordinari sottopagati accanto a lavoratori di lunga data che si ritrovano improvvisamente precari. Giovani mariti e padri instabili, anziani prossimi al sogno di una pensione che vengono mandati a casa. Cassintegrati, precari della scuola, disoccupati e inoccupati, licenziati per motivi disciplinari (si legga per nessun valido motivo) e chi più ne ha più ne metta.
Come non aspettarsi, prima o poi, l'angoscioso esplodere di una condizione che non è più soltanto individuale ma sociale, dalle dimensioni ormai spropositate, un dramma che mina l'Italia alle radici (il primissimo articolo della nostra Costituzione non sancisce forse che la nostra è una repubblica democratica fondata sul lavoro?) e per il quale le risposte della nostra classe politica risultano da tempo inadeguate?
Troppe domande oggi. Che di fronte ai volti dei protagonisti del dramma di ieri restano disattese. Inascoltate.
Che parole trovare per un uomo licenziato un anno fa dalla Fiat per motivi disciplinari (pare avesse usato un badge altrui per accedere al servizio mensa) e da allora disoccupato?
Stanco, ferito, depresso, esasperato...?
La vicenda è tristerrima non solo per l'incertezza, che definirei criminale, in cui verte l'esistenza stessa dello stabilimento siciliano che i vertici Fiat intenderebbero smantellare a fine anno: ma anche per la facilità con cui i licenziamenti disciplinari vengono messi in atto nella nostra società che sembra confondere il serio con il faceto, la faciloneria con i drammi, la realtà, diciamolo pure, con la fantasia pubblicitaria proposta in tutte le salse dalla maggior parte dei media per ventiquattr'ore al giorno.
E' possibile al giorno d'oggi, dopo decenni di conquiste sindacali (ormai drammaticamente messe in discussione) che un dipendente venga licenziato per il solo fatto di essere andato in mensa con il badge di un collega?
Che non è un'azione lecita, d'accordo. Ma chi è senza peccato, come disse qualcuno che non a caso è stato protagonista di un processo-farsa seguito da una condanna a morte barbaramente eseguita, scagli la prima pietra. E i vertici Fiat non fanno sicuramente eccezione. La punizione, come disse qualcun altro che, seppure ateo e illuminista, ha fatto eco al primo, ha da essere "proporzionata a' delitti".
Un licenziamento per un badge è uno dei tanti aspetti dell'abuso di potere tanto evidente nella nostra società contemporanea, che viene fra l'altro attuato tramite il controllo. Ma questa è un'altra storia.
Il fatto drammatico di Termini Imerese è doloroso per l'umanità ferita su cui ha puntato improvvisamente i riflettori: stuoli di giovani disoccupati ma anche uomini di mezz'età il cui posto di lavoro, fino a ieri una ragionevole certezza, è oggi messo in discussione. Apprendisti con stipendi minimi e gli straordinari sottopagati accanto a lavoratori di lunga data che si ritrovano improvvisamente precari. Giovani mariti e padri instabili, anziani prossimi al sogno di una pensione che vengono mandati a casa. Cassintegrati, precari della scuola, disoccupati e inoccupati, licenziati per motivi disciplinari (si legga per nessun valido motivo) e chi più ne ha più ne metta.
Come non aspettarsi, prima o poi, l'angoscioso esplodere di una condizione che non è più soltanto individuale ma sociale, dalle dimensioni ormai spropositate, un dramma che mina l'Italia alle radici (il primissimo articolo della nostra Costituzione non sancisce forse che la nostra è una repubblica democratica fondata sul lavoro?) e per il quale le risposte della nostra classe politica risultano da tempo inadeguate?
Troppe domande oggi. Che di fronte ai volti dei protagonisti del dramma di ieri restano disattese. Inascoltate.
giovedì 28 luglio 2011
La sicurezza delle donne
Basta la copertina del nuovo "Vademecum per la tua sicurezza" recentemente pubblicato e diffuso nella metropolitana di Roma, dove "tua" (lo specifico per chi si fosse malauguratamente lasciato sfuggire questa gustosa iniziativa editoriale) sta per "delle donne", basta la copertina dicevo per rendersi conto della vera natura dell'opuscolo.
Un volto di donna campeggia in primissimo piano; una donna giovane, perché quando si parla di sicurezza al femminile s'intende, quantunque l'opuscolo parli anche di scippi, la violenza sessuale. Ovvio. E' solo introducendovi la componente piccante che una pubblicazione, qualunque essa sia, può sperare di essere letta.
Un fiore viola, viola-violenza sessuale, appunto, incornicia le fattezze della modella.
Ma che fiore è? Una pervinca transgenica? Una mastodontica violetta impazzita? Una phalenopsis sfuggita alle serre tropicali?
Se proprio dobbiamo digerire la trita e ritrita associazione della femminilità alla delicatezza (discutibile nel caso in questione) di un piccolo fragile fiorellino, che almeno ciò avvenga nei limiti di una pudica verosimiglianza botanica.
E che dire dell'eloquente sottotitolo "Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci", che fa il verso allo spot di una nota automobile sottoposta a recente restyling: "il lusso è un diritto"? Anche la violenza ai tempi del terzo millennio si sottopone a un restyling; combatterla, in questa società dove tutto viene sottoposto ad un meccanismo di rimozione inconscia quando non di palese colpevolizzazione della vittima, sta davvero diventando un lusso.
Il libercolo, inquietante e assurdo fin dalla copertina, non tradisce la propria impostazione nemmeno nel contenuto.
Apriamo a caso questo novello decalogo della sicurezza al femminile:
SE PUOI EVITA DI PORTARE CON TE LA BORSA
Se leggo questo opuscolo è perché ho preso la metropolitana e se ho preso la metropolitana è perché avevo i soldi per il biglietto e se avevo i soldi per il biglietto è perché avevo il portafogli e se avevo il portafogli è perché avevo portato con me la borsa che alla fiera mio padre comprò. Davvero i/le responsabili del diabolico libello pensano che si possa liberamente accedere alla metro romana senza pagare il biglietto?
GUARDA SEMPRE DALLO SPIONCINO CHI SUONA ALLA PORTA
Qui l'argomento si fa serio. Se a suonare alla porta è il marito alcolizzato che non vede l'ora di malmenarti per farsi passare la sbronza, guardare dallo spioncino può forse darti il tempo di decidere quale occhio ti farà nero questa volta.
GUIDA TENENDO LA DESTRA MA NON ACCOSTARTI TROPPO AL MARCIAPIEDE DI STRADE ISOLATE
Il rischio in questo caso è di investire qualche anziana vedova scesa a pascolare il cagnolino, il che dimostra come l'oggetto della violenza ne divenga improvvisamente il soggetto. Una strategia sottile ma efficace per cominciare ad instillare nel cervello della donna, piccolo e delicato come la suddetta pervinca agli steroidi, l'idea che se subisce violenza, nella fattispecie sessuale, la colpa altro non è che sua.
NON INDOSSARE VESTITI PARTICOLARMENTE APPARISCENTI
Eccoci al dunque: la responsabilità, ci piaccia o no, è della vittima. Che vi dicevo?
Le donne, credo, non sentivano la mancanza di questa pubblicazione.
Sentono invece la mancanza, nella quotidianità, di un discorso chiaro e davvero educativo sulla violenza. Che non è, si sa, unicamente declinabile al femminile; e che le donne subiscono non per difetto di forza fisica atta a rispondere per le rime all'aggressore, bensì per la mancanza, secolare ed anzi millenaria, di una cultura che le consideri al pari dell'uomo.
Pari e diverse, se vogliamo.
Pari e complementari. Ok.
Ma pari.
Un volto di donna campeggia in primissimo piano; una donna giovane, perché quando si parla di sicurezza al femminile s'intende, quantunque l'opuscolo parli anche di scippi, la violenza sessuale. Ovvio. E' solo introducendovi la componente piccante che una pubblicazione, qualunque essa sia, può sperare di essere letta.
Un fiore viola, viola-violenza sessuale, appunto, incornicia le fattezze della modella.
Ma che fiore è? Una pervinca transgenica? Una mastodontica violetta impazzita? Una phalenopsis sfuggita alle serre tropicali?
Se proprio dobbiamo digerire la trita e ritrita associazione della femminilità alla delicatezza (discutibile nel caso in questione) di un piccolo fragile fiorellino, che almeno ciò avvenga nei limiti di una pudica verosimiglianza botanica.
E che dire dell'eloquente sottotitolo "Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci", che fa il verso allo spot di una nota automobile sottoposta a recente restyling: "il lusso è un diritto"? Anche la violenza ai tempi del terzo millennio si sottopone a un restyling; combatterla, in questa società dove tutto viene sottoposto ad un meccanismo di rimozione inconscia quando non di palese colpevolizzazione della vittima, sta davvero diventando un lusso.
Il libercolo, inquietante e assurdo fin dalla copertina, non tradisce la propria impostazione nemmeno nel contenuto.
Apriamo a caso questo novello decalogo della sicurezza al femminile:
SE PUOI EVITA DI PORTARE CON TE LA BORSA
Se leggo questo opuscolo è perché ho preso la metropolitana e se ho preso la metropolitana è perché avevo i soldi per il biglietto e se avevo i soldi per il biglietto è perché avevo il portafogli e se avevo il portafogli è perché avevo portato con me la borsa che alla fiera mio padre comprò. Davvero i/le responsabili del diabolico libello pensano che si possa liberamente accedere alla metro romana senza pagare il biglietto?
GUARDA SEMPRE DALLO SPIONCINO CHI SUONA ALLA PORTA
Qui l'argomento si fa serio. Se a suonare alla porta è il marito alcolizzato che non vede l'ora di malmenarti per farsi passare la sbronza, guardare dallo spioncino può forse darti il tempo di decidere quale occhio ti farà nero questa volta.
GUIDA TENENDO LA DESTRA MA NON ACCOSTARTI TROPPO AL MARCIAPIEDE DI STRADE ISOLATE
Il rischio in questo caso è di investire qualche anziana vedova scesa a pascolare il cagnolino, il che dimostra come l'oggetto della violenza ne divenga improvvisamente il soggetto. Una strategia sottile ma efficace per cominciare ad instillare nel cervello della donna, piccolo e delicato come la suddetta pervinca agli steroidi, l'idea che se subisce violenza, nella fattispecie sessuale, la colpa altro non è che sua.
NON INDOSSARE VESTITI PARTICOLARMENTE APPARISCENTI
Eccoci al dunque: la responsabilità, ci piaccia o no, è della vittima. Che vi dicevo?
Le donne, credo, non sentivano la mancanza di questa pubblicazione.
Sentono invece la mancanza, nella quotidianità, di un discorso chiaro e davvero educativo sulla violenza. Che non è, si sa, unicamente declinabile al femminile; e che le donne subiscono non per difetto di forza fisica atta a rispondere per le rime all'aggressore, bensì per la mancanza, secolare ed anzi millenaria, di una cultura che le consideri al pari dell'uomo.
Pari e diverse, se vogliamo.
Pari e complementari. Ok.
Ma pari.
martedì 26 luglio 2011
Borghezio e i fatti di Oslo: Europa e ambiguità
Con la tipica vociona grassoccia da contadinotto piemontese il leghista Mario Borghezio, non nuovo a questo genere di provocazioni, ha reso ai microfoni di Radio24 un'inquietante intervista in cui afferma di condividere in pieno la spinta ideologica che sta alla base dello sconsiderato furore omicida del protagonista dei recenti gravi fatti di Oslo.
Passi che Borghezio invochi la presunta identità europea di stampo cattolico e monoculturale, la necessità di una crociata contro il dilagante pericolo islamico, la perfetta sintonia che accomuna le idee del killer norvegese con quelle di molti altri europei (e Borghezio specifica anche quanti, il che fa sospettare una piena premeditazione dei contenuti dell'intervista e non un parlare a braccio) che votano determinati partiti politici tra cui egli pone orgogliosamente e non a torto il proprio, passi, dicevo, che Borghezio la pensi così.
E passi non perché le sue opinioni non risultino gravi: lo sono eccome.
Ma perché da un ideologo che ritiene un patriota il protagonista dei peggiori crimini contro l'umanità che l'Europa abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri, ossia quel Mladic recentemente arrestato dopo 16 anni di vergognosa latitanza, che cosa possiamo aspettarci? Non c'è ambiguità in questo. Il lupo, per così dire, perde il pelo ma non il vizio.
Il dettaglio che mi inquieta maggiormente è un altro: per la sua carica di ambigua insondabilità, come se volesse insinuarsi nella mente e scatenare un dubbio.
Nel corso dell'intervista Borghezio fa notare una circostanza di fronte alla quale non si può non fermarsi a riflettere: a proposito del pericolo di aggressione culturale dell'islam nei confronti dell'Europa, egli dice, la pensava così anche Oriana Fallaci eppure non è che mettesse le bombe in giro.
Già. La pensava così anche Oriana Fallaci. Anche lei livida contro il pericolo della decristianizzazione dell'Europa. Anche lei profetessa di chissà quale complotto islamico ai danni non soltanto della cultura, ma anche della società europea.
A parte il fatto che l'Europa altro non è che un pentolone in cui bollono da secoli i più svariati tipi di ortaggi convivendo pacificamente a costituire il più interessante minestrone etnoculturale e linguistico dell'intero orbe terracqueo, rendendo di fatto impossibile qualsiasi tentativo di classificazione o, peggio, di cristallizzazione su presunti valori comuni, a parte questa piccola circostanza sulla quale evidentemente né Borghezio né la Fallaci, pace all'anima sua, hanno mai riflettuto abbastanza, resta il fatto che tra un'ideologia palesemente distorta e la sua concreta applicazione nella vita quotidiana esiste effettivamente uno scarto: gli intellettuali come la Fallaci e gli ideologi come Borghezio, e molti altri con loro, non mettono certo in giro le bombe.
Ecco l'ambiguità: le bombe fisiche magari no, ma come la mettiamo con le bombe ideologiche?
Borghezio forse non ha mai ucciso nessuno, ma le compagini di individui che si ispirano alle idee che egli propugna con la faciloneria di un novello dux che incita al fare altrui (armiamoci e partite), non diventano forse il braccio pericolosamente armato dei casti ideologi com'è egli stesso, e com'è altresì la defunta autrice di Insciallah? La storia conferma.
E' così, con questa affermazione la Fallaci non mette in giro le bombe, che Borghezio si lava la coscienza e lava anche la nostra: tutto può essere pensato, tutto ha la medesima validità almeno su un piano teorico.
Di fronte a tanta ambiguità invoco come un deus ex machina il visionario Nietsche perché illumini Borghezio: il filosofo tedesco aveva già predetto come il singolo difficilmente possa nuocere con le proprie opinioni eppure, quando queste vengono fatte proprie da un gruppo, un partito, una società, è allora che le idee divengono davvero pericolose. Perché altro non è che un gruppo, una corrente quella che sta dietro la recente azione norvegese: la temperie trasversale evocata con tanta precisione da Borghezio nella sua sciagurata intervista.
La storia, ancora, conferma.
Passi che Borghezio invochi la presunta identità europea di stampo cattolico e monoculturale, la necessità di una crociata contro il dilagante pericolo islamico, la perfetta sintonia che accomuna le idee del killer norvegese con quelle di molti altri europei (e Borghezio specifica anche quanti, il che fa sospettare una piena premeditazione dei contenuti dell'intervista e non un parlare a braccio) che votano determinati partiti politici tra cui egli pone orgogliosamente e non a torto il proprio, passi, dicevo, che Borghezio la pensi così.
E passi non perché le sue opinioni non risultino gravi: lo sono eccome.
Ma perché da un ideologo che ritiene un patriota il protagonista dei peggiori crimini contro l'umanità che l'Europa abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri, ossia quel Mladic recentemente arrestato dopo 16 anni di vergognosa latitanza, che cosa possiamo aspettarci? Non c'è ambiguità in questo. Il lupo, per così dire, perde il pelo ma non il vizio.
Il dettaglio che mi inquieta maggiormente è un altro: per la sua carica di ambigua insondabilità, come se volesse insinuarsi nella mente e scatenare un dubbio.
Nel corso dell'intervista Borghezio fa notare una circostanza di fronte alla quale non si può non fermarsi a riflettere: a proposito del pericolo di aggressione culturale dell'islam nei confronti dell'Europa, egli dice, la pensava così anche Oriana Fallaci eppure non è che mettesse le bombe in giro.
Già. La pensava così anche Oriana Fallaci. Anche lei livida contro il pericolo della decristianizzazione dell'Europa. Anche lei profetessa di chissà quale complotto islamico ai danni non soltanto della cultura, ma anche della società europea.
A parte il fatto che l'Europa altro non è che un pentolone in cui bollono da secoli i più svariati tipi di ortaggi convivendo pacificamente a costituire il più interessante minestrone etnoculturale e linguistico dell'intero orbe terracqueo, rendendo di fatto impossibile qualsiasi tentativo di classificazione o, peggio, di cristallizzazione su presunti valori comuni, a parte questa piccola circostanza sulla quale evidentemente né Borghezio né la Fallaci, pace all'anima sua, hanno mai riflettuto abbastanza, resta il fatto che tra un'ideologia palesemente distorta e la sua concreta applicazione nella vita quotidiana esiste effettivamente uno scarto: gli intellettuali come la Fallaci e gli ideologi come Borghezio, e molti altri con loro, non mettono certo in giro le bombe.
Ecco l'ambiguità: le bombe fisiche magari no, ma come la mettiamo con le bombe ideologiche?
Borghezio forse non ha mai ucciso nessuno, ma le compagini di individui che si ispirano alle idee che egli propugna con la faciloneria di un novello dux che incita al fare altrui (armiamoci e partite), non diventano forse il braccio pericolosamente armato dei casti ideologi com'è egli stesso, e com'è altresì la defunta autrice di Insciallah? La storia conferma.
E' così, con questa affermazione la Fallaci non mette in giro le bombe, che Borghezio si lava la coscienza e lava anche la nostra: tutto può essere pensato, tutto ha la medesima validità almeno su un piano teorico.
Di fronte a tanta ambiguità invoco come un deus ex machina il visionario Nietsche perché illumini Borghezio: il filosofo tedesco aveva già predetto come il singolo difficilmente possa nuocere con le proprie opinioni eppure, quando queste vengono fatte proprie da un gruppo, un partito, una società, è allora che le idee divengono davvero pericolose. Perché altro non è che un gruppo, una corrente quella che sta dietro la recente azione norvegese: la temperie trasversale evocata con tanta precisione da Borghezio nella sua sciagurata intervista.
La storia, ancora, conferma.
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mercoledì 20 luglio 2011
pizza, polenta, patate e kebab
Una demenziale e sottilmente inquietante ultim'ora recita che nella città padana di Bergamo sarebbe passata una legge definita "anti-kebab".
Amante del tipico piatto speziato che i nostri cugini maghrebini hanno esportato nel mondo e incuriosita dal titolo della suddetta ultim'ora, approfondisco e scopro che il comune di Bergamo ha vietato nella città alta l'apertura di negozi di alimentari cosiddetti "etnici" e che, tra le motivazioni dei promotori di questa assurda legge, figurano "la salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale".
Nella nostra società si opera quotidianamente, anche talora a fin di bene, un abuso linguistico ai danni della parola "etnico". La sempre preziosa wikipedia mi aiuta a precisarne il significato:
Un gruppo etnico o etnia (dal greco ithnos = popolo) è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione, usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute in parte anche all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive).
Quarto: la pizza.
Dove sarebbe la nostra celeberrima e beneamata pizza senza l'apporto creativo degli americanissimi, immigratissimi pomodori?
Vedano bene, i consiglieri comunali bergamaschi che hanno promosso una legge tanto insensata, che nessun piatto, per dirla con il seicento inglese, è un'isola, ma che ogni elaborazione gastronomica degna di questo appellativo è da sempre una gustosa ed estrosa contaminazione di stili e di ingredienti diversi.
Ma non solo: dove sarebbe l'Italia se gli americani avessero vietato l'apertura delle nostre pizzerie nel loro continente? La nostra storia, dove sarebbe adesso?
Amante del tipico piatto speziato che i nostri cugini maghrebini hanno esportato nel mondo e incuriosita dal titolo della suddetta ultim'ora, approfondisco e scopro che il comune di Bergamo ha vietato nella città alta l'apertura di negozi di alimentari cosiddetti "etnici" e che, tra le motivazioni dei promotori di questa assurda legge, figurano "la salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale".
Nella nostra società si opera quotidianamente, anche talora a fin di bene, un abuso linguistico ai danni della parola "etnico". La sempre preziosa wikipedia mi aiuta a precisarne il significato:
Un gruppo etnico o etnia (dal greco ithnos = popolo) è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione, usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute in parte anche all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive).
Mi piace l'acuta precisazione "i cui membri si identificano", come se l'etnia non fosse che una scelta individuale: quando Einstein affermò che l'unica razza è quella umana, con chi si identificava? Ma, a parte questa considerazione, dal significato di "etnia" desumo che chiunque possa identificarsi in un particolare gruppo. E dunque, se il kebab è un piatto "etnico", altrettanto "etnica" è la pizza, con la sola differenza che si parla di due etnie abbastanza, quantunque non così tanto, distinte tra loro.
Secondo di poi: cosa c'entra il kebab con la "sicurezza urbana"?
I macellai islamici vanno forse in giro con quei lunghi coltelli affilati che un tempo venivano usati per tagliuzzare la carne dal rotolo, sostituiti oggidì da comode ed innocue rotelle elettriche? La risposta è, o può essere: tanto quanto i pizzaioli italiani vanno in giro con quelle acuminate forbicione che tornano assai utili per cimare il basilico senza rovinarne gli steli.
Terzo: l'identità locale.
Prima che gli scaltri mercanti veneziani commercializzassero quello che essi stessi, con una evidente operazione di marketing ante-litteram, chiamarono col nome allora alla moda di grano turco, ossia il mais proveniente dal Nuovo Continente, la polenta qui in Europa, non esclusa la città alta di Bergamo, era pura fantasia.
E che dire delle patate oggi considerate parte fondamentale della cultura gastronomica e dell'identità europea? Questo alimento si diffuse nel nostro continente solo alla fine del 1700 rendendo di fatto le patate al forno dei tedeschi, la raclette degli svizzeri, la vichyssoise dei francesi, i pizzoccheri dei valtellinesi e, financo, gli gnocchetti bergamaschi, specialità gastronomiche relativamente recenti e dunque aliene dal concetto ossessivo di "identità culturale" in nome del quale la nostra acritica e schizzinosa società si sta imprigionando con le proprie mani in una gabbia dorata ed inesorabilmente indigesta.
Dove sarebbe la nostra celeberrima e beneamata pizza senza l'apporto creativo degli americanissimi, immigratissimi pomodori?
Vedano bene, i consiglieri comunali bergamaschi che hanno promosso una legge tanto insensata, che nessun piatto, per dirla con il seicento inglese, è un'isola, ma che ogni elaborazione gastronomica degna di questo appellativo è da sempre una gustosa ed estrosa contaminazione di stili e di ingredienti diversi.
Ma non solo: dove sarebbe l'Italia se gli americani avessero vietato l'apertura delle nostre pizzerie nel loro continente? La nostra storia, dove sarebbe adesso?
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