luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

venerdì 29 luglio 2011

Fiat obscuritas

La tragedia dell'ex dipendente Fiat che ieri, a Termini Imerese, ha ucciso la moglie, ferito la figlia e si è infine tolto la vita, scuote le coscienze.
Che parole trovare per un uomo licenziato un anno fa dalla Fiat per motivi disciplinari (pare avesse usato un badge altrui per accedere al servizio mensa) e da allora disoccupato?
Stanco, ferito, depresso, esasperato...?
La vicenda è tristerrima non solo per l'incertezza, che definirei criminale, in cui verte l'esistenza stessa dello stabilimento siciliano che i vertici Fiat intenderebbero smantellare a fine anno: ma anche per la facilità con cui i licenziamenti disciplinari vengono messi in atto nella nostra società che sembra confondere il serio con il faceto, la faciloneria con i drammi, la realtà, diciamolo pure, con la fantasia pubblicitaria proposta in tutte le salse dalla maggior parte dei media per ventiquattr'ore al giorno.
E' possibile al giorno d'oggi, dopo decenni di conquiste sindacali (ormai drammaticamente messe in discussione) che un dipendente venga licenziato per il solo fatto di essere andato in mensa con il badge di un collega?
Che non è un'azione lecita, d'accordo. Ma chi è senza peccato, come disse qualcuno che non a caso è stato protagonista di un processo-farsa seguito da una condanna a morte barbaramente eseguita, scagli la prima pietra. E i vertici Fiat non fanno sicuramente eccezione. La punizione, come disse qualcun altro che, seppure ateo e illuminista, ha fatto eco al primo, ha da essere "proporzionata a' delitti".
Un licenziamento per un badge è uno dei tanti aspetti dell'abuso di potere tanto evidente nella nostra società contemporanea, che viene fra l'altro attuato tramite il controllo. Ma questa è un'altra storia.
Il fatto drammatico di Termini Imerese è doloroso per l'umanità ferita su cui ha puntato improvvisamente i riflettori: stuoli di giovani disoccupati ma anche uomini di mezz'età il cui posto di lavoro, fino a ieri una ragionevole certezza, è oggi messo in discussione. Apprendisti con stipendi minimi e gli straordinari sottopagati accanto a lavoratori di lunga data che si ritrovano improvvisamente precari. Giovani mariti e padri instabili, anziani prossimi al sogno di una pensione che vengono mandati a casa. Cassintegrati, precari della scuola, disoccupati e inoccupati, licenziati per motivi disciplinari (si legga per nessun valido motivo) e chi più ne ha più ne metta.
Come non aspettarsi, prima o poi, l'angoscioso esplodere di una condizione che non è più soltanto individuale ma sociale, dalle dimensioni ormai spropositate, un dramma che mina l'Italia alle radici (il primissimo articolo della nostra Costituzione non sancisce forse che la nostra è una repubblica democratica fondata sul lavoro?) e per il quale le risposte della nostra classe politica risultano da tempo inadeguate?
Troppe domande oggi. Che di fronte ai volti dei protagonisti del dramma di ieri restano disattese. Inascoltate.
 

giovedì 28 luglio 2011

La sicurezza delle donne

Basta la copertina del nuovo "Vademecum per la tua sicurezza" recentemente pubblicato e diffuso nella metropolitana di Roma, dove "tua" (lo specifico per chi si fosse malauguratamente lasciato sfuggire questa gustosa iniziativa editoriale) sta per "delle donne", basta la copertina dicevo per rendersi conto della vera natura dell'opuscolo.
Un volto di donna campeggia in primissimo piano; una donna giovane, perché quando si parla di sicurezza al femminile s'intende, quantunque l'opuscolo parli anche di scippi, la violenza sessuale. Ovvio. E' solo introducendovi la componente piccante che una pubblicazione, qualunque essa sia, può sperare di essere letta.

Un fiore viola, viola-violenza sessuale, appunto, incornicia le fattezze della modella.
Ma che fiore è? Una pervinca transgenica? Una mastodontica violetta impazzita? Una phalenopsis sfuggita alle serre tropicali?
Se proprio dobbiamo digerire la trita e ritrita associazione della femminilità alla delicatezza (discutibile nel caso in questione) di un piccolo fragile fiorellino, che almeno ciò avvenga nei limiti di una pudica verosimiglianza botanica.
E che dire dell'eloquente sottotitolo "Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci", che fa il verso allo spot di una nota automobile sottoposta a recente restyling: "il lusso è un diritto"? Anche la violenza ai tempi del terzo millennio si sottopone a un restyling; combatterla, in questa società dove tutto viene sottoposto ad un meccanismo di rimozione inconscia quando non di palese colpevolizzazione della vittima, sta davvero diventando un lusso.

Il libercolo, inquietante e assurdo fin dalla copertina, non tradisce la propria impostazione nemmeno nel contenuto.
Apriamo a caso questo novello decalogo della sicurezza al femminile:

SE PUOI EVITA DI PORTARE CON TE LA BORSA
Se leggo questo opuscolo è perché ho preso la metropolitana e se ho preso la metropolitana è perché avevo i soldi per il biglietto e se avevo i soldi per il biglietto è perché avevo il portafogli e se avevo il portafogli è perché avevo portato con me la borsa che alla fiera mio padre comprò. Davvero i/le responsabili del diabolico libello pensano che si possa liberamente accedere alla metro romana senza pagare il biglietto?

GUARDA SEMPRE DALLO SPIONCINO CHI SUONA ALLA PORTA
Qui l'argomento si fa serio. Se a suonare alla porta è il marito alcolizzato che non vede l'ora di malmenarti per farsi passare la sbronza, guardare dallo spioncino può forse darti il tempo di decidere quale occhio ti farà nero questa volta.

GUIDA TENENDO LA DESTRA MA NON ACCOSTARTI TROPPO AL MARCIAPIEDE DI STRADE ISOLATE
Il rischio in questo caso è di investire qualche anziana vedova scesa a pascolare il cagnolino, il che dimostra come l'oggetto della violenza ne divenga improvvisamente il soggetto. Una strategia sottile ma efficace per cominciare ad instillare nel cervello della donna, piccolo e delicato come la suddetta pervinca agli steroidi, l'idea che se subisce violenza, nella fattispecie sessuale, la colpa altro non è che sua.

NON INDOSSARE VESTITI PARTICOLARMENTE APPARISCENTI
Eccoci al dunque: la responsabilità, ci piaccia o no, è della vittima. Che vi dicevo?

Le donne, credo, non sentivano la mancanza di questa pubblicazione.
Sentono invece la mancanza, nella quotidianità, di un discorso chiaro e davvero educativo sulla violenza. Che non è, si sa, unicamente declinabile al femminile; e che le donne subiscono non per difetto di forza fisica atta a rispondere per le rime all'aggressore, bensì per la mancanza, secolare ed anzi millenaria, di una cultura che le consideri al pari dell'uomo.
Pari e diverse, se vogliamo.
Pari e complementari. Ok.
Ma pari.
 

martedì 26 luglio 2011

Borghezio e i fatti di Oslo: Europa e ambiguità

Con la tipica vociona grassoccia da contadinotto piemontese il leghista Mario Borghezio, non nuovo a questo genere di provocazioni, ha reso ai microfoni di Radio24 un'inquietante intervista in cui afferma di condividere in pieno la spinta ideologica che sta alla base dello sconsiderato furore omicida del protagonista dei recenti gravi fatti di Oslo.
Passi che Borghezio invochi la presunta identità europea di stampo cattolico e monoculturale, la necessità di una crociata contro il dilagante pericolo islamico, la perfetta sintonia che accomuna le idee del killer norvegese con quelle di molti altri europei (e Borghezio specifica anche quanti, il che fa sospettare una piena premeditazione dei contenuti dell'intervista e non un parlare a braccio) che votano determinati partiti politici tra cui egli pone orgogliosamente e non a torto il proprio, passi, dicevo, che Borghezio la pensi così.

E passi non perché le sue opinioni non risultino gravi: lo sono eccome.
Ma perché da un ideologo che ritiene un patriota il protagonista dei peggiori crimini contro l'umanità che l'Europa abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri, ossia quel Mladic recentemente arrestato dopo 16 anni di vergognosa latitanza, che cosa possiamo aspettarci? Non c'è ambiguità in questo. Il lupo, per così dire, perde il pelo ma non il vizio.

Il dettaglio che mi inquieta maggiormente è un altro: per la sua carica di ambigua insondabilità, come se volesse insinuarsi nella mente e scatenare un dubbio.
Nel corso dell'intervista Borghezio fa notare una circostanza di fronte alla quale non si può non fermarsi a riflettere: a proposito del pericolo di aggressione culturale dell'islam nei confronti dell'Europa, egli dice, la pensava così anche Oriana Fallaci eppure non è che mettesse le bombe in giro.

Già. La pensava così anche Oriana Fallaci. Anche lei livida contro il pericolo della decristianizzazione dell'Europa. Anche lei profetessa di chissà quale complotto islamico ai danni non soltanto della cultura, ma anche della società europea.
A parte il fatto che l'Europa altro non è che un pentolone in cui bollono da secoli i più svariati tipi di ortaggi convivendo pacificamente a costituire il più interessante minestrone etnoculturale e linguistico dell'intero orbe terracqueo, rendendo di fatto impossibile qualsiasi tentativo di classificazione o, peggio, di cristallizzazione su presunti valori comuni, a parte questa piccola circostanza sulla quale evidentemente né Borghezio né la Fallaci, pace all'anima sua, hanno mai riflettuto abbastanza, resta il fatto che tra un'ideologia palesemente distorta e la sua concreta applicazione nella vita quotidiana esiste effettivamente uno scarto: gli intellettuali come la Fallaci e gli ideologi come Borghezio, e molti altri con loro, non mettono certo in giro le bombe.

Ecco l'ambiguità: le bombe fisiche magari no, ma come la mettiamo con le bombe ideologiche?
Borghezio forse non ha mai ucciso nessuno, ma le compagini di individui che si ispirano alle idee che egli propugna con la faciloneria di un novello dux che incita al fare altrui (armiamoci e partite), non diventano forse il braccio pericolosamente armato dei casti ideologi com'è egli stesso, e com'è altresì la defunta autrice di Insciallah? La storia conferma.
E' così, con questa affermazione la Fallaci non mette in giro le bombe, che Borghezio si lava la coscienza e lava anche la nostra: tutto può essere pensato, tutto ha la medesima validità almeno su un piano teorico.
Di fronte a tanta ambiguità invoco come un deus ex machina il visionario Nietsche perché illumini Borghezio: il filosofo tedesco aveva già predetto come il singolo difficilmente possa nuocere con le proprie opinioni eppure, quando queste vengono fatte proprie da un gruppo, un partito, una società, è allora che le idee divengono davvero pericolose. Perché altro non è che un gruppo, una corrente quella che sta dietro la recente azione norvegese: la temperie trasversale evocata con tanta precisione da Borghezio nella sua sciagurata intervista.
La storia, ancora, conferma.
  

mercoledì 20 luglio 2011

pizza, polenta, patate e kebab

Una demenziale e sottilmente inquietante ultim'ora recita che nella città padana di Bergamo sarebbe passata una legge definita "anti-kebab".

Amante del tipico piatto speziato che i nostri cugini maghrebini hanno esportato nel mondo e incuriosita dal titolo della suddetta ultim'ora, approfondisco e scopro che il comune di Bergamo ha vietato nella città alta l'apertura di negozi di alimentari cosiddetti "etnici" e che, tra le motivazioni dei promotori di questa assurda legge, figurano "la salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale".

Nella nostra società si opera quotidianamente, anche talora a fin di bene, un abuso linguistico ai danni della parola "etnico". La sempre preziosa wikipedia mi aiuta a precisarne il significato: 
Un gruppo etnico o etnia (dal greco ithnos = popolo) è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione, usi, costumi e alcune caratteristiche fisiche (tramandate geneticamente e dovute in parte anche all'adattamento al territorio in cui il gruppo vive).

Mi piace l'acuta precisazione "i cui membri si identificano", come se l'etnia non fosse che una scelta individuale: quando Einstein affermò che l'unica razza è quella umana, con chi si identificava? Ma, a parte questa considerazione, dal significato di "etnia" desumo che chiunque possa identificarsi in un particolare gruppo. E dunque, se il kebab è un piatto "etnico", altrettanto "etnica" è la pizza, con la sola differenza che si parla di due etnie abbastanza, quantunque non così tanto, distinte tra loro.

Secondo di poi: cosa c'entra il kebab con la "sicurezza urbana"?
I macellai islamici vanno forse in giro con quei lunghi coltelli affilati che un tempo venivano usati per tagliuzzare la carne dal rotolo, sostituiti oggidì da comode ed innocue rotelle elettriche? La risposta è, o può essere: tanto quanto i pizzaioli italiani vanno in giro con quelle acuminate forbicione che tornano assai utili per cimare il basilico senza rovinarne gli steli.

Terzo: l'identità locale.
Prima che gli scaltri mercanti veneziani commercializzassero quello che essi stessi, con una evidente operazione di marketing ante-litteram, chiamarono col nome allora alla moda di grano turco, ossia il mais proveniente dal Nuovo Continente, la polenta qui in Europa, non esclusa la città alta di Bergamo, era pura fantasia.
E che dire delle patate oggi considerate parte fondamentale della cultura gastronomica e dell'identità europea? Questo alimento si diffuse nel nostro continente solo alla fine del 1700 rendendo di fatto le patate al forno dei tedeschi, la raclette degli svizzeri, la vichyssoise dei francesi, i pizzoccheri dei valtellinesi e, financo, gli gnocchetti bergamaschi, specialità gastronomiche relativamente recenti e dunque aliene dal concetto ossessivo di "identità culturale" in nome del quale la nostra acritica e schizzinosa società si sta imprigionando con le proprie mani in una gabbia dorata ed inesorabilmente indigesta.

Quarto: la pizza.
Dove sarebbe la nostra celeberrima e beneamata pizza senza l'apporto creativo degli americanissimi, immigratissimi pomodori?
Vedano bene, i consiglieri comunali bergamaschi che hanno promosso una legge tanto insensata, che nessun piatto, per dirla con il seicento inglese, è un'isola, ma che ogni elaborazione gastronomica degna di questo appellativo è da sempre una gustosa ed estrosa contaminazione di stili e di ingredienti diversi.
Ma non solo: dove sarebbe l'Italia se gli americani avessero vietato l'apertura delle nostre pizzerie nel loro continente? La nostra storia, dove sarebbe adesso?
 

lunedì 18 luglio 2011

Due donne a confronto

Che cosa accomuna la scrittrice anglosassone Jane Austen e la mistica carmelitana Elisabetta della Trinità?
Anzitutto la data odierna del 18 luglio.

Il 18 luglio del 1817 muore la scrittrice e il 18 luglio del 1880 nasce la mistica.
Ma non solo.
Le due figure di donna sono vicine nella vita spesa al di fuori del matrimonio;
vicine nella passione per il dialogo (letterario in un caso e interiore con Dio nell'altro, ma sempre specchio della propria multiforme dimensione emotiva);
vicine nella morte sopraggiunta in entrambi i casi per via di un male autoimmune ai tempi incurabile, il morbo di Addison che colpisce, dicono gli scienziati, in prevalenza le donne.

Forse la malattia le ha poste dinnanzi alla sofferenza in un modo sorprendentemente simile, la colta figlia di un reverendo anglicano e la vivace mistica cattolica, tanto da far affermare all'una:
"un progetto che promette soltanto delizie non è possibile che riesca"
e all'altra:
"non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l'amo perché mi rende conforme a colui che è il mio Sposo"
   

mercoledì 13 luglio 2011

Evviva la vita!

Il 13 luglio del 1954 moriva una delle più grandi figure di artista del nostro secolo, la messicana Frida Kahlo.

La pittura di Frida non è soltanto la rappresentazione della sua realtà interiore, come ella stessa ebbe a dire in una celebre frase: la sua pittura libera finalmente la donna, per la prima volta nella storia della raffigurazione, dagli stereotipi di uno sguardo idealizzato sulla femminilità e le restituisce la dignità verista di soggetto artistico autentico.

Le donne di Frida sono una: se stessa.
Raffigurata con impietoso realismo ma come in un archetipo dalla suggestione arcana, precolombiana quasi, della stessa idea di femminilità, la donna di Frida è un modello efficacissimo e non di rado doloroso nel quale ognuna di noi può trovare una parte, piccola o grande che sia, della propria essenza.

In un modo per noi quasi inconsapevole Frida ci richiama a noi stesse e all'incontro-scontro con la nostra realtà fatta di buone e cattive qualità, di difetti e di bellezza, di fantasmi interiori e quiete pacificante, di origini e di futuro, di sofferenza e di fede immensa nella vitalità dell'esistenza.

Evviva le donne, evviva Frida che segna non soltanto la storia dell'arte ma anche la storia delle donne: la storia interiore di ciascuna delle sue spettatrici-interlocutrici, finalmente libere di mostrare se stesse, nella vita quotidiana, con la dignità e la verità di una imperfezione che rende tutto più interessante.

Evviva gli uomini, cui Frida offre se stessa e il coraggio di uno sguardo autentico sulle donne. Un gesto che mancava. Un gesto del quale si sentiva la necessità. Un gesto che libera.

Evviva l'arte che ci ha regalato il talento psicanalitico di una donna speciale. Una donna che dal proprio percorso di dolore ha saputo trarre profonde riflessioni su se stessa e sulla società e che, nonostante le esperienze di malattia e sofferenza anche fisica, ha tenuto salda la propria fede nella vita: quella vera.
Evviva la vita!
 

il caldo

Fa molto caldo a Parigi il 13 luglio del 1793: un caldo record che impedisce la pubblica esposizione delle spoglie mortali di Jean-Paul Marat, assassinato nella vasca da bagno da Charlotte Corday.
L'enigma della morte di Marat, una esecuzione apparentemente priva di moventi politici, permane tuttora. Forse è il caldo che dà alla testa e spinge la giovane Charlotte al gesto estremo.
Il caldo e la rivoluzione.

In quei caldi anni la rivoluzione è una evoluzione involutiva: per il caldo o per l'ambizione individuale i rivoluzionari si attaccano fra loro anche in maniera molto violenta e la storia personale di Marat, il principe dei sospetti e delle accuse rivolte alla buona fede di altri rivoluzionari, magari provenienti da una classe sociale diversa dalla sua, ne è un brillante esempio.
Da wikipedia apprendo che Marat era ossessionato da una misteriosa malattia che lo costringeva a frequenti immersioni in una singolare vasca da bagno, la medesima nella quale trova la morte per mano della Corday, che con un solo fendente spalanca a Marat il regno dell'eternità.

Sulle motivazioni di Charlotte il velo di un'afa silenziosa: ella è ghigliottinata dopo soli quattro giorni dal delitto che vede forse protagonista il suo spirito obnubilato più che autentiche ragioni politiche. Ma chissà.
L'economia in quegli anni è calda: involutiva anch'essa.
Esiste un re accusato di orge e di sperperi.
Il caldo normalmente non sopisce le coscienze bensì le anima: ma il troppo caldo le annebbia e spinge il popolo contro il popolo.

Anche oggi fa molto caldo qui da noi.
 
 

venerdì 8 luglio 2011

normali

Tante parole sul caso della ragazzina rom che non viene tolta ai genitori per essere affidata ad una comunità; genitori che vivono in una roulotte in condizioni che la maggior parte di noi NORMALI non concepisce perché nemmeno conosce, contro una comunità minori molto igienica e di grande disponibilità economica come lo sono tutte le comunità minori.
Nella nostra ipocrita società di NORMALI quanti di noi si comporterebbero come la corte d'appello di Bologna, che non ha affidato la ragazzina ai servizi sociali ma ha decretato di lasciarla in pace nella sua roulotte con la sua famiglia, peraltro già nota alla giustizia?
Noi NORMALI non concepiamo che chi ha guai con la giustizia possa anche essere genitore. E un buon genitore.
Non concepiamo che i bambini possano non frequentare le nostre scuole NORMALI. I figli vanno a scuola, rom o non rom che siano, intanto che i genitori NORMALI lavorano e guadagnano e muovono l'economia, e poi il finesettimana tutti insieme al centro commerciale. Questa è la vita delle persone NORMALI.
Contro il lavaggio del cervello della nostra società di persone NORMALI una sentenza anarchica e resistente. Chapeau alla corte d'appello di Bologna che non ha abusato del proprio potere.
 

martedì 5 luglio 2011

Copyright

Tutti mobilitati contro la delibera dell'Agcom, l'Autorità (già il nome evoca manganelli e olio di ricino) per la Garanzia delle Comunicazioni, che di fatto renderebbe l'Italia, come è stato detto, "un caso unico al mondo" (repubblica.it).

L'Agcom, attraverso la cosiddetta tutela del diritto d'autore, ossia la più grande baggianata mai inventata per frenare la diffusione dell'arte, della musica e del pensiero contemporanei, intende imbavagliare siti, blog, persino testate giornalistiche che violino il copyright magari solo pubblicando una foto o un filmato protetti da tale diritto.

Ora, poiché chi predica bene razzola generalmente male, c'è da dire a onor del vero che coloro che insorgono contro questa delibera sono spesso anche detentori di diritti d'autore stratosferici: siamo tutti bravi a essere froci con il culo altrui, come dice un mio amico senza mezzi termini.

La sacrosanta mobilitazione che sta avvenendo in questi giorni dovrebbe dunque coinvolgere anche una radicale revisione del diritto d'autore come tale, che invece di tutelare il detentore di fatto ne frena la diffusione delle idee. Guardare un po' meno al portafogli e un po' più alla democrazia è affare che ci concerne tutti.

Detto questo, pubblico qui una foto che, come al solito, non so se sia protetta o meno dal copyright: questo boomerang che alla fine si ritorce contro chi lo ha lanciato.

venerdì 1 luglio 2011

il 1° luglio e il 27 gennaio

Oggi 1° luglio 2011 compie ottant'anni dalla sua ufficiale inaugurazione la bianca figura della Stazione Centrale di Milano.


Un monumento sospeso tra il bene e il male: tra le sue quinte che ricordano le Aide nazionalpopolari dell'Arena di Verona hanno transitato migliaia di prigionieri destinati ai campi di sterminio tedeschi. Un mondo sospeso tra divertimento e dramma, tra vitalità e dolore, tra futuro e morte.
La sagoma della stazione, recentemente dedicata a Madre Francesca Cabrini, la santa dei migranti, resta a memoria di un particolare flusso migratorio di persone: quello dei deportati del nazifascismo.
Onoriamoli anche oggi in questa bella significativa giornata d'estate, non soltanto nel freddo austero 27 gennaio.