luna bianca luna nera è la luna del calendario, quella di tutti i giorni, perché in questo blog si parla di ciò che succede e di come lo sentiamo.
l'una bianca, l'una nera: qualcosa ci piace, qualcos'altro invece no. perché anche la luna ha un suo fondo di inquietudine.

mercoledì 29 febbraio 2012

Tango e furlana per le ceneri in laguna

«La terra ai vivi» era l’azzeccatissimo slogan di qualche anno fa del benemerito ente morale Socrem, dove la cremazione cui si allude nel nome non riguarda l’Antica Gelateria del Corso bensì la civile, antichissima pratica di ardere i corpi dei defunti: la terra è dunque riservata ai vivi e per contro ai morti spetterebbe, secondo un altro poetico adagio del settore, «La purezza del ricordo».
Prassi antica e comune a tante culture, la cremazione, come forse non molti sanno, è regolamentata da apposita legge nazionale, per la precisione la n° 130 del 30 marzo 2001, nonché avallata da esplicito sigillo di approvazione pontificia il 5 luglio del 1963, allorché papa Paolo VI in persona dichiarò testualmente che «l’abbruciamento dei cadaveri, come non tocca l’anima e non impedisce all’Onnipotenza Divina di ricostruire il corpo, non è cosa contraria alla religione cristiana».
Tali autorevoli parole non devono essere mai giunte alle orecchie del parroco della chiesa di San Pio X a Marghera, il quale ha vietato l’esecuzione di un funerale nella chiesa da lui amministrata con la motivazione che la defunta avrebbe espresso il desiderio di essere cremata e, in particolare, di avere le proprie ceneri disperse in laguna: eventualità impossibile dato che, secondo il solerte sacerdote, la dispersione delle ceneri sarebbe «vietata dalla Chiesa». Il rifiuto del parroco avrebbe innescato una furlana turbinante, una frenetica girandola non molto carnevalesca e neppure, è lecito supporlo, molto divertente per il marito della defunta: una gitarella non propriamente di piacere alla ricerca di una chiesa che si degnasse di ospitare le legittime ultime esigenze della signora.
Poco importa che la legge nazionale di cui sopra permetta, all’articolo 2, la dispersione delle ceneri dei defunti e che in tal proposito vi sia persino, a fare da eco a questa legge, il regolamento comunale di polizia mortuaria che a Venezia dispone di liberare le ceneri a 700 metri dalla costa. Non importa: evidentemente impaurito dalla circostanza che il vento lagunare possa riportare indietro al mittente gli impalpabili resti all’atto della dispersione, oppure schiacciato dalla mole non propriamente cinerea di due papi tutto sommato, rispetto ad altri, in odore di comunismo, il parroco ha nicchiato e feretro e famigliari hanno dovuto ripiegare su una più accogliente chiesa di Mestre.
Trasferita la defunta, per il parroco di San Pio X non resta che evocare lo spettro del papa che dà il nome alla sua parrocchia, magari a braccetto col fantasma di Paolo VI; all’affermare di quest’ultimo che «non saremmo cristiani fedeli se non fossimo cristiani in continua fase di rinnovamento», immaginiamo il primo sorridere sornione e fare eco, a proposito della gran novità di quegli anni ossia lo scandaloso tango, «mi me pàr che sia più bèo el bàeo a ‘ea furlana; ma nò vedo che gran pecài ghe sia in stò novo bàeo!» (A me sembra che sia più bella la furlana; ma non vedo che gran peccato vi sia in questo nuovo ballo). E il pretino convincersi che forse non c’è un gran peccato nemmeno nel disperdere le ceneri, visto che l’ha detto qualcuno prima di lui. Disgraziatamente non in veneto, ma è stato detto.
 

giovedì 23 febbraio 2012

Viene prima Giovanardi o la gallina?

A stento si può credere che sia vera la notizia secondo la quale il senatore Carlo Giovanardi avrebbe organizzato, alla Camera dei Deputati, un convegno dal significativo titolo di «Viene prima l’uomo o la gallina?» in evidente polemica con gli animalisti: e invece è tutto vero.
Secondo le teorie di Giovanardi, passato dal consueto e ormai trito rancore verso gli omosessuali ad una vera e propria crociata in favore del consumo di carne, gli animalisti ed i vegetariani ostacolerebbero la diffusione del made in Italy: stando a Giovanardi, infatti, «il settore zootecnico rischia di andare in crisi per una martellante campagna animalista che contesta alla radice, ad esempio, la possibilità di utilizzare le pelli di animali per il made in Italy». A fare eco a Giovanardi ci si è messo anche il nutrizionista Giorgio Calabrese, intervenuto al convegno per sostenere che «la carne è fondamentale per far crescere i bambini, per mantenere gli adulti, soprattutto la donne nel periodo fertile e poi aiutare l’anziano a sostenersi nella longevità».
Come non averci pensato prima? Vegetariani e animalisti si uniscono ad abortisti ed omosessuali nella corresponsabilità del grave momento di crisi economica che il Belpaese sta vivendo.
L’idea in effetti è allettante: come non pensare a quanta fetta di mercato copre il consumo di bistecche alla fiorentina, boicottate dalle suddette categorie di individui antisociali a favore di una più misera ribollita? Per non parlare delle borsette di cuoio: senza l’intervento degli animalisti l’Italia potrebbe arrivare a competere addirittura con i cinesi nella produzione di pellame, devastandone il fosco strapotere internazionale dal sapore neocomunista.
Non fosse per i soliti anarchici, le teorie di Giovanardi risolleverebbero l’economia nazionale più e meglio di qualunque altra teoria socioeconomica. Sistemata è anche la crisi demografica: i tanti italiani che non riescono a diventare genitori sappiano infatti, per il tramite di un convegno organizzato ai fini del loro benessere non solo economico ma anche personale, che la carne rende più fecondi.
Che dire di fronte a tanta geniale semplicità? E’ l’uovo di Colombo.
E a quanti possano mai esprimere perplessità circa le idee che Giovanardi concretizza con grande impiego di denaro pubblico, il senatore, proprio come fece il celebre navigatore genovese a chi osò contestarlo per aver sistemato in piedi il celebre uovo ammaccandolo leggermente, non avrebbe che da rispondere: «Voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!»
   
 

martedì 21 febbraio 2012

Asparagi misogini per chi fa sesso a scuola

Da Bassano del Grappa, famigerata patria di un delizioso asparago bianco, è giunta nei giorni scorsi la piccante notizia che un preside di scuola media superiore avrebbe sorpreso due quindicenni in atteggiamento inequivocabilmente erotico nei bagni dell’istituto da lui diretto. L’esemplare punizione del gesto dei focosi giovani è stata, come ci si potrebbe attendere da un Nordest pulito, preciso e dove tutto è sempre in meticoloso ordine, nientemeno che la sospensione.
Trattandosi di argomento scolastico è bene aprire una parentesi linguistico-filologica sulle curiose stranezze dell’italico idioma.
Secondo un simpatico documento che gira per la rete evidenziando le sottigliezze della nostra articolata lingua, un cortigiano è un bonzo dell’imperatore giapponese mentre una cortigiana è ben altro, un peripatetico è un discepolo della scuola aristotelica mentre una peripatetica è ben altro, un uomo pubblico è un politico in vista mentre una donna pubblica è ben altro, un accompagnatore è il pianista della classe di canto mentre un’accompagnatrice è ben altro, un uomo disponibile è il marito ideale mentre una donna disponibile è ben altro.
Il preside in questione deve aver avuto ben in mente le suddette ambiguità della lingua italiana quando ha conferito la punizione ai due incauti giovincelli responsabili di atti osceni in pubblico luogo scolastico: un giorno di sospensione per lui, quattro giorni per lei.
La circostanza si commenta da sola: ma lungi da noi l’avanzare troppi sospetti di misoginia.
Immaginiamo invece che il reato commesso dalla ragazza, ritenuto evidentemente più grave di quello commesso dal ragazzo, sia stato punito dal solerte dirigente non in quanto reato sessuale, reso più ponderoso dalla discendenza della giovane dalla prima peccatrice di sesso appunto femminile, bensì per avere sovvertito il di cui sopra immacolato ordine nordico recandosi nella ritirata dei maschi anziché in quella, più consona, riservata alle ragazze.
Per tanta audacia la discendente di Eva si è dunque meritata una punizione maggiore rispetto a quella del suo giovane partner maschile che invece, entrando nel bagno a lui dedicato, non ha infranto nessuna regola sociale.
Ecco che in Italia tutto finisce a tarallucci e vino o, nel caso in questione dove compaiono protagonisti ancora minorenni, ad asparagi bolliti. Un po’ indigesti, è vero, ma che farci? D’altra parte gli asparagi a febbraio sono completamente fuori stagione.
 

lunedì 20 febbraio 2012

Sanremo ai tempi della crisi

Arenato come la nave Concordia in un terrapieno di sabbiose polemiche che, come il vento negli occhi, costringono a serrare le palpebre anche coloro che vorrebbero tenerle aperte, il Festival di Sanremo resta tuttavia un evento: chi non lo guarda comunque ne parla, e le canzoni sono già degli autentici tormentoni.
Tra lustrini, paillettes, trucchi shocking, abiti sontuosi, spacchi esagerati, totomutandine (ma la valletta di turno indossa la biancheria intima oppure no?), telepredicatori, nude look, comicità all’italiana, carismatici ospiti internazionali, fantasmagoriche luci a ritmo con le canzoni e un’orchestra da favola, come nemmeno più gli enti lirici possono permettersi, in tutto questo caravanserraglio di lusso sfrenato sorprende l’inattesa tendenza delle canzoni vincitrici degli ultimi due anni: tendenza alla critica sociopolitica e comunque all’attualità.
Quest’anno Emma canta il disagio sociale; l’anno scorso il professor Vecchioni, trionfatore inaspettato, raccontava l’attualità interna ed estera. Dopo gli anni di Marco Carta e Valerio Scanu, con testi dedicati all’immortale amore che sboccia nei cuori di chi si vuole bene, in tempi di crisi economica e sociale persino Sanremo vira su più consoni argomenti. E tra gli ospiti quest’anno si è vista persino una autentica icona, di sapore nettamente comunistoide, del pop sociale e impegnato, la grandiosa Patty Smith.

Ma sul perché la televisione nostrana, antico bengodi americaneggiante per i poveri immigrati albanesi degli anni Novanta, sia diventata persino in prima serata un baluardo, decisamente kitsch ma forse anche per questo così efficace, di trasmissione di valori tutto sommato democratici, nemmeno la crisi può dare una risposta.
In apparenza si ha l’impressione che poco sia mutato: gli onorari delle star alla faccia di chi, come canta Emma, non tira la fine del mese, sono sempre stratosferici; gli abiti sempre dispendiosamente esagerati; il mondo televisivo, vero inno alla plastica come materiale principe di questa società fasulla eppure, sorpresa, così tenace, è sempre fedele a se stesso e alla sua ipocrisia. Tuttavia qualcosa è cambiato e persino i miti della musica pop all’italiana, sotto le consuete due dita di cerone, in questi ultimi anni sembrano quasi ordinari. Gente qualunque. Persino Morandi, sebbene non certo colpito personalmente dalla crisi, somiglia quasi al vicino di casa che si incontra la mattina davanti alle cassette della posta condominiali.
Sarà magari un sogno ma forse, nonostante l’alto indice di ascolto, la televisione ha smesso di dettare legge su una realtà che ormai sfugge a qualunque legge ed è tornata ad essere se stessa: una scatoletta non vera, non autentica, non sofferente, un gioco che intrattiene e basta. Poi, una volta toccato il magico tasto off del telecomando, il sogno svanisce e gli italiani ritornano ad una realtà fatta di crisi economica, di difficoltà sociali, di ripensamenti del proprio esistere e, in definitiva, di cose che non durano: esattamente come i fiori recisi delle serre ponentine. E che, allora, tanto vale godersi finché ancora profumano.
 

sabato 18 febbraio 2012

Porno tandoori

Una volta toccò al nostro presidente del Consiglio,  il cavaliere disarcionato da una grottesca faccenduola di donnine a chiosa della quale l’amico Mike Bongiorno, se solo avesse potuto assistervi, avrebbe certamente commentato: caro Silvio, lei mi scivola sul pisello. Ora che le potenze mondiali aumentano, in occidente si tira la cinghia, si aggiungono posti a tavola e lo scranno dei signori fa spazio ai nuovi arrivati, ci giunge dall’India la notizia che un pugno di ministri, per l’esattezza due uomini e, udite udite, persino una donna, si sono dimessi dopo essere stati sorpresi a guardare un film porno in parlamento.

Evidentemente annoiati dalla seriosa circostanza cui la loro posizione li ha costretti ad assistere, ossia una seduta parlamentare incentrata sulla devastante crisi agricola che sta vivendo l’India, i tre moschettieri del sesso devono aver ben pensato di distrarsi con alcune immagini di signore non propriamente ammantate del tradizionale coloratissimo sari.

Singolare la posizione personale dell’unica donna fra i tre: ministro per la donna e l’infanzia, versione indiana delle nostre politiche sociali; ma quel che davvero fa quadrare i conti è l’appartenenza politica dei tre dimissionari, i quali guarda caso facevano capo al principale partito della destra indiana, quel Bharathya Janata Party che, in ossequio ai modi della ormai paradigmatica destra all’italiana, deve evidentemente aver pensato di unire l’utile al dilettevole coniugando il mondo del porno con l’esigenza, specifica nel caso della signora ministro, di dare un impulso al lavoro della donna. In effetti quale settore si può immaginare più efficace del set a luci rosse in quanto ad aumento del fabbisogno di manodopera femminile, possibilmente allo stremo e disposta a tutto o quasi?

E invece le alte dirigenze del partito non devono avere molto gradito la geniale linea di pensiero dei tre esponenti in questione, tanto da indurli alle dimissioni per motivi di reputazione. Pazienza: in India come nel Belpaese, all’origano o al curry, gli ingredienti di base sono sempre gli stessi e a noi italiani non resta che rimpiangere i tempi in cui non era il porno a entrare clandestinamente in parlamento, come nell’era di Berlusconi e di questo nuovo scandalo erotico all’indiana, bensì il viceversa: il parlamento, nella persona dell’onorevole Cicciolina, entrava nel mondo del porno e in un certo senso lo rendeva «normale». La differenza è sottile. Ma c’è.
 

giovedì 16 febbraio 2012

Il Festival della Censura Italiana

Da giorni il celebre cantautore nostrano Adriano Celentano è nell’occhio del ciclone.
Dapprima per l’esagerato compenso sanremese (peraltro destinato in beneficenza) che ha scandalizzato non pochi e già, mancando analoghe critiche auspicabilmente più costruttive sulle parcelle di altri personaggi quali modelle, calciatori, attori hollywoodiani remunerati non certo meno del Molleggiato, si cominciava a sentire puzza di bruciato. Ma l’incendio vero e proprio è divampato per le dichiarazioni che il cantautore ha snocciolato proprio durante la prima serata del Festival di Sanremo riguardo alcune testate cattoliche, in particolare Avvenire e Famiglia Cristiana nelle quali, secondo Celentano, «il discorso di Dio occupa poco spazio».
Puntare i riflettori sull’ipocrisia aleggiante su certi giornali non è un gesto facile: persino un personaggio del calibro di Celentano, un divo per famiglie invitato ad un programma per famiglie, mostra che in Italia dire la propria mette in pericolo: in specie quando la propria non è, guarda caso, quella altrui.

La focosa vicenda, comunque si concluda, è ben lungi dall’accendere un sanguigno ma piacevole e necessario dibattito sulla libertà di espressione, che ormai è la Cenerentola della società italiana.
Era appena rimasta sullo stomaco dei più delicati l’indigesta notizia che il Belpaese si troverebbe sessantunesimo nella classifica della libertà di stampa stilata per il 2011 da Reporter Senza Frontiere, abbondantemente superato da Giamaica, Namibia e persino da paesi ex comunisti come la Polonia e l’Ungheria, ed ecco che ora un altro amaro boccone turberà i sonni di quei pochi che ancora contestano la censura come modus operandi di una società ormai pericolosamente somigliante a famosi film di fantascienza come Farenheit 451 o Equilibrium: la bruttezza del dibattito che ha seguito le parole del Molleggiato, con accese richieste di pubblica ammenda, giri di frittate tali da far apparire le parole di Celentano come esse stesse censorie e altri ameni piatti tipici del Belpaese, serviti su un letto di insalata amara e accompagnati dalla solita indigesta salsa che è un mix di maleducazione e di orgoglio ferito tutto italiano, e tutto cattolico.

In mezzo a tanto sdegno, insperate parole di saggezza non derivano dalla bocca di politici, ecclesiastici o amministratori della cosa pubblica, bensì da un altro cantautore: Gianni Morandi, conduttore del Festival di Sanremo. Testuali parole di Morandi all’indirizzo del sermone del collega: «L’ho ascoltato, il suo discorso; sulle critiche ai preti era un discorso da cattolico osservante. Poi sulla chiusura dei giornali cattolici, lui pensa che si debba parlare più di spiritualità. Ognuno poi faccia le sue valutazioni».
Aprire bocca per cantare, anziché per urlare la propria offesa, certe volte fa bene. Alla libertà di espressione. Ma anche, per chi ce l’ha, alla fede.
 

mercoledì 15 febbraio 2012

Riduzioni parlamentari

Una semplice riflessione su questo articolo: http://www.repubblica.it/politica/2012/02/15/news/pd-lega_accordo_entro_2013_su_riduzione_parlamentari-29916467/?ref=HREC1-9 .

Credo che ridurre i parlamentari non sia una mossa totalmente buona per l’Italia: è vero che si risparmiano molti soldi pubblici, ma è anche vero che il potere resterebbe nelle mani di meno persone e quindi, se vogliamo, meno democratico. Si rischia di trovarsi con un’oligarchia impenetrabile, intoccabile e con un potere troppo facile.
Perché, anziché tenere pochi parlamentari privilegiati, non si pensa invece — dal momento che la legge è uguale per tutti — di togliere i privilegi a TUTTI i parlamentari e continuare a stipendiare TUTTI i parlamentari?

domenica 12 febbraio 2012

IOR, Monòpoli e Risiko

Lo IOR, che in questo caso non è l’Istituto Ortopedico Romagnolo bensì la solita Banca Vaticana ormai da anni agli onori della cronaca talvolta, ahinoi, in ossequio alle toghe cardinalizie cui fanno capo i vertici dello IOR, decisamente nera, fa ancora parlare di sé.
Circola infatti sul web la notiziola secondo la quale il celeberrimo Istituto per le Opere di Religione, ossia il braccio secolare economico del Vaticano, sarebbe uno dei maggiori azionisti della storica fabbrica di armi Beretta, secondo solo ai membri della stessa famiglia Beretta che ne detengono la quota maggiore.

I cardinali con la pistola in mano, in realtà, ormai non scandalizzano più nessuno. Dopo l’affare Enimont e i vari spostamenti di denaro, che non è lecito immaginare molto pulito, da banche italiane a istituti di credito in Svizzera e in Germania, dove evidentemente l’igiene monetaria viene curata con più affidabilità, dopo il fallimento del Banco Ambrosiano con il suo seguito di strane dipartite come il misterioso suicidio di Calvi, dopo le connivenze tra Marcinkus, il simpatico arcivescovo autore della lapidaria sentenza secondo la quale «non si può governare la Chiesa con le Ave Marie» e quelle amabili dinastie, altrove dette clan, che nel film 9 settimane e mezzo frequentano i cosiddetti «ristoranti per famiglie», dopo tutto ciò lo IOR che investe in pistole, quantunque non giocattolo, è una notizia che strappa un sorriso.

D’altra parte cosa ci si può aspettare dal presidente dello IOR, quell’Ettore Gotti Tedeschi fautore della «superiorità di un capitalismo» che manco a dirlo dev’essere «ispirato alla morale cristiana», personaggio che arriva ad affermare che il capitalismo sia nato «ad esaltazione della dignità dell’uomo» e che la crisi economica che sta fiaccando mezza Europa origini «dal non aver seguito le indicazioni della Humanae Vitae, cioè dalla negazione della vita e dal blocco delle nascite»?

Un revolver non è dunque che la ciliegina sulla torta: d’altra parte un moderno braccio secolare non può affidarsi, come direbbe Marcinkus, alle Ave Marie.
Lo sapeva bene il belligerante papa Pacelli quando decise, in un sospettissimo anno ventunesimo dell’era fascista o, per chi preferisce il più consono calendario gregoriano nel lontano 1942, di istituire proprio lo IOR. Cosa fatta capo ha, purtroppo, ma per il futuro suggeriamo altri passatempi. Ad esempio gli immortali Monòpoli o Risiko: quei divertimenti seri, innocui e conviviali che a ragion veduta possono essere reputati assolutamente consoni ai piccoli e grandi capitalisti del ventunesimo anno. Pardon, secolo.
 

mercoledì 8 febbraio 2012

Santo esercito

In questi giorni di diffusa emergenza gelo e neve, fenomeni atmosferici che sembrano non risparmiare nessun angolo dell’imbiancato Belpaese, capita di vedersi recapitare a casa il conto.
Non la bolletta del metano o la fattura del fai da te sotto casa ormai a corto di sacchi di pellet; non il conto del dentista il cui studio sembra essere rimasto l’ultimo luogo riscaldato dell’intera Penisola, nel quale ormai è un piacere rifugiarsi, e nemmeno il conto delle migliaia di ambulanze che in tutto il paese stanno soccorrendo anziani e invalidi in difficoltà: no.
Il conto che è arrivato a sorpresa a molti sindaci dell’Italia centrale, dove così tanta neve è un fenomeno che coglie tutti impreparati, è precisamente quello dell’esercito di spalatori che hanno prestato, per usare un gentile eufemismo, la loro manodopera nella rimozione delle decine di centimetri del bianco elemento inesorabilmente caduti negli ultimi giorni; e l’esercito di spalatori, è proprio il caso di dirlo, esattamente di esercito si tratta, perché il Ministro della Difesa ha ben pensato di impiegare proprio i corpi militari per dare una mano a spalare la neve, salvo poi recapitare a casa dei malcapitati sindaci, cioè nei vari municipi italiani che hanno avuto l’ardire di fruire volentieri del servizio così magnanimamente messo a disposizione, l’onorario per il disturbo.
Se «ad Urbino il sindaco si è sentito chiedere 700 euro al giorno per dieci spalatori (cioè soldati con una pala in mano) più il vitto e l’alloggio», è andata meglio al primo cittadino di Ancona cui l’esercito ha chiesto solo «200 euro al giorno per un bobcat, 800-900 euro per una ruspa, una somma al di sotto dei 100 euro a testa per l’impiego dei soldati, cui però vanno garantiti vitto e alloggio». Non proprio un trattamento da settimana bianca in mezza pensione, ma poco ci manca.
Anche se, stando alle ultime notizie, i sindaci alla fine non pagheranno l’intervento dei militari, il conto dell’esercito rimane comunque l’ultimo dei paradossi italiani.
Ormai da decenni in preda alla frenesia privatizzatoria, dopo aver dato in gestione la scuola, le infrastrutture, persino la gran parte della sanità a entità aziendali dalla mentalità, va da sé, aziendalistica, lo Stato autorizza l’esercito, fruitore peraltro di non pochi fondi pubblici ad esso destinati, a chiedere ai cittadini il conto per le sue prestazioni. Grazie e arrivederci, il piacere è tutto vostro.
Ai poveri italiani, tra cui il sindaco di Urbino che, assieme al presidente della sua Provincia, ha sollevato la questione, non resterà che votarsi a qualche santo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: tra San Maurizio protettore degli Alpini, San Michele protettore dei Paracadutisti, Santa Barbara protettrice degli Artiglieri e San Giorgio protettore dei Cavalleggeri, persino i buoni vecchi santi sembrano essere stati privatizzati. Con la speranza che almeno a loro, dall’alto dell’invidiabile soprannaturale universo parallelo dove si trovano e dove il denaro non ha più alcun senso, non venga in mente prima o poi di presentare il conto per il mistico intervento.
 

mercoledì 1 febbraio 2012

Tutti al mare

Lo slovacco Sloboda a Solidarita, ossia il locale partito liberale di centrodestra il cui nome suona più o meno come Libertà e Solidarietà, ha ideato una singolare campagna per l’abolizione delle immunità parlamentari: diciassette deputati hanno posato più o meno senza veli e la fotografia, pubblicata sul profilo Facebook del partito, ha ovviamente fatto il giro del web.
In realtà è difficile stabilire se i diciassette moschettieri compaiano davvero come mamma li ha fatti: il lungo lenzuolo che li copre, recante la scritta «togliamo l’immunità ai deputati», non lascia apparire che una fila di poco sensuali polpacci da un lato e una schiera di autorevoli mezzobusti dall’altro, ossia quanto di più burocratico e meno frizzante si possa immaginare in termini di esposizione della nuda carne. Come a dire che persino Formigoni nell’istante in cui, coperto solo di una minima mutanda da bagno e con il naso efficacemente turato in vista del tuffo cosiddetto «a bomba» (in questo caso non sexy) dall’alto della barca ciellina di ordinanza, quella che secondo le solite malelingue sarebbe stata acquistata in nero dal nucleo d’acciaio del movimento di Giussani, insomma persino il casto governatore lombardo, al confronto con i politici slovacchi, sembra uscito fresco fresco dal set di una pellicola di Tinto Brass.

In politica economica il partito slovacco, capeggiato dal paladino esteuropeo del liberalismo economico Richard Sulik che per ribadire la propria autorità di leader si è riservato, nella foto in questione, uno dei posti migliori giusto dietro le spalle della più avvenente tra le uniche tre donne che hanno contribuito al progetto, non è più seducente che nell’immagine e somiglia pericolosamente ad un altro lombardo compagno di merende del casto governatore, quel ministro Tremonti che cercò di far digerire alle imprese nostrane la versione epurata della flat tax, altrimenti proibita dall’articolo 53 della Costituzione, violando al tempo stesso i parametri dettati dagli accordi di Maastricht e innalzando il già opulento debito pubblico italiano fino alle vette che sappiamo e che, con buona pace del nostro ex ministro dell’economia, non somigliano affatto alle bianche cime della sua Valtellina.

Molto meglio il mare. Peccato solo per il sospetto che rimane dopo aver ammirato la compatta schiera dei deputati del suddetto partito slovacco, e cioè che in fondo i diciassette parlamentari non siano nudi come vorrebbero dare ad intendere: come per i già citati colleghi italiani, con il quale hanno in comune il concetto di libertà o liberazione o liberalizzazione che dir si voglia, anche dei deputati di Sloboda a Solidarita si ha l’impressione che vogliano apparire all’elettorato come una simpatica compagine di rispettabili cristiani con l’attenzione al sociale e che, in fondo, sotto il pasionario e barricadero lenzuolo di protesta nascondano gli slip del costume. Tanto più che la scritta che inneggia alla fine dell’immunità parlamentare, in realtà, si riferisce a reati come «l’eccesso di velocità», mostrando così anch’essa il suo prevedibile lato segreto; e mentre l’economia europea agonizza sotto i colpi di piccozza dei liberalisti incalliti, meglio gettare via il lenzuolo, procurarsi un costume da bagno e rivelarsi per quello che si è: tutti pronti per un tuffo in compagnia.